«Pensavo che May le avesse gratis al supermercato» disse Kelp.

«Infatti.»

«Oh» esclamò Herman, e il fiammifero si spense. «Mi sono bruciato un dito.»

«È meglio che ti metta a sedere» gli disse Dortmunder. «Le stai usando un po' troppo, le mani, per uno che deve aprire una cassaforte.»

«Hai ragione» rispose Herman.

Proseguirono in silenzio per un po', e poi Herman disse: «Sapete, puzza davvero, qui dentro».

«Sono sfortunato» mormorò Kelp. «Ho guardato questo camion, sulla fiancata ho visto che era di una fabbrica di carta e ho pensato che fosse pulito e profumato.»

«Puzza davvero» ripeté Herman.

«Murch ci sta facendo ballare» disse Victor. La sua voce era esile e lontana.

«Che ti succede?» domandò Dortmunder.

«Ho la nausea.»

«Aspetta» esclamò Dortmunder. «Siamo quasi arrivati.»

«È colpa del puzzo» mormorò Victor, con tono infelice «e dei sobbalzi.»

«Anch'io comincio ad avere la nausea» disse Kelp. Anche la sua voce era esile e lontana.

Ora che l'idea era stata suggerita, anche Dortmunder cominciava a sentirsi lo stomaco sottosopra. «Herman» disse «sarà meglio che picchi contro la parete della cabina, per fare fermare Murch.»

«Non so se riuscirò ad alzarmi» disse Herman. Anche lui aveva la voce infelice.

Dortmunder inghiottì. Poi inghiottì di nuovo. «Mancano solo pochi minuti» borbottò con voce strangolata, continuando a inghiottire.

Nella cabina, Murch guidava del tutto inconsapevole di quello che succedeva. Era stato lui a trovare quel posto, ed era stato lui a studiare l'itinerario più facile e più veloce per arrivarci. Adesso la vide, davanti, la grande staccionata verde attorno al cortile sormontata da un cartello che diceva: "Roulottes Lafferty - Nuove, usate, rimesse a nuovo, riparate". Rallentò fino a fermare nell'oscurità davanti al cancello principale, scese dal camion, si portò sul retro, aprì le portiere, e i suoi amici schizzarono fuori come se fossero stati chiusi in compagnia di un leone.

«Che...» cominciò Murch, ma non c'era più nessuno a cui rivolgere la domanda. Erano scappati tutti dall'altra parte del cortile, verso i campi, e anche se non riusciva a vederli, Murch lo capì dal rumore che facevano, quello che succedeva.

Disorientato, guardò dentro il cassone del camion, ma era troppo buio per vedere qualcosa. «Che diavolo» disse, e non come una domanda, perché non c'era nessuno a cui rivolgere la domanda, poi tornò verso la cabina. Quando, come al solito, aveva frugato nello scompartimento del cruscotto, aveva visto una torcia. Adesso la prese e tornò verso il retro del camion. Quando Dortmunder riattraversò il cortile, barcollando, Murch stava facendo girare il fascio di luce dentro il cassone vuoto, dicendo: «Non capisco». Adesso guardò Dortmunder. «Mi arrendo.»

«Anch'io» rispose Dortmunder. Aveva l'aria disgustata. «Se mi metterò di nuovo con Kelp, fatemi rinchiudere in un manicomio.»

Adesso stavano tornando anche gli altri. Herman disse: «Certo che quando rubi un camion, scegli bene».

«È colpa mia? Guarda, leggi che cosa c'è scritto sulle fiancate.»

«Non voglio leggere niente» disse Herman. «Anzi, non voglio più neanche vederlo, questo camion.»

«Leggi» insistette Kelp. Andò a picchiare i pugni sulla fiancata. «Dice carta! Ecco che cosa dice

«Ti sentiranno nel giro di un chilometro» fece Herman.

«Dice carta» sussurrò Kelp.

Murch si rivolse a Dortmunder, sottovoce: «Volete spiegarmi?».

«Domani» disse Dortmunder.

Finalmente tornò anche Victor, che si passava il fazzoletto sulla faccia e sulla bocca. «Uh» fece. «Uh. È stato peggio di un candelotto lacrimogeno.»

Murch fece girare per l'ultima volta il fascio di luce all'interno del camion, poi scosse la testa. «Non me ne importa. Non voglio saperlo.» Ma nonostante questo, mentre si dirigeva verso la cabina, si fermò a leggere la fiancata del camion; Kelp aveva assolutamente ragione. Diceva: "cartificio". Murch, sempre più perplesso, salì nella cabina e richiuse la portiera. «No, non me ne importa» borbottò.

Nel frattempo gli altri quattro, pallidi e tirati, stavano estraendo i loro armamentari dall'interno del camion; quando erano scesi, poco prima, non avevano fatto a tempo a prendere niente. Herman aveva una valigetta nera simile a quelle che usano i dottori nelle visite a domicilio. Dortmunder prese solo la sua giacca di pelle e Kelp il sacchetto marrone.

Si avvicinarono alla staccionata, dove Kelp, con l'aria addolorata, cacciò la mano nel sacchetto e tirò fuori una mezza dozzina di bistecche, che gettò una alla volta oltre la staccionata. Gli altri rimasero voltati con le spalle alla staccionata, e Kelp arricciò il naso all'odore di carne fresca, ma non si lamentò. Subito dopo aver buttato le bistecche, sentì avvicinarsi l'ululato dei Dobermann, che prima di azzannare la carne cominciarono ad azzannarsi fra loro. Durante la sua visita là, Murch aveva contato quattro cani; le altre due bistecche erano in caso gliene fossero sfuggiti un paio.

Adesso Herman portò la valigetta nera vicino al cancello principale che si apriva nella staccionata. Studiò le numerose serrature, aprì la valigetta e si mise al lavoro. Per un po', nell'oscurità si sentì solo il tintinnio dei suoi ferri.

L'idea era che quell'operazione non doveva risultare. I dipendenti della Roulottes Lafferty l'indomani mattina non dovevano accorgersi che qualcuno era entrato là dentro. Questo significava che Dortmunder e gli altri non potevano scassinare le serrature, ma dovevano aprirle in modo da poterle richiudere, dopo.

Mentre Herman lavorava, Dortmunder, Kelp e Victor rimasero seduti a terra, lì vicino, con le spalle contro la staccionata verde. A poco a poco il loro respiro si fece più regolare e la loro faccia assunse un colore più roseo. Nessuno parlò, anche se un paio di volte Kelp parve sul punto di fare un'orazione, che però si tenne dentro.

Quella parte di Long Island, piuttosto lontana dalla città, era semirurale e interrotta solo da edifici sparsi. In quel punto, c'erano solo magazzini, depositi di automobili, piccole officine e campi di baseball, ma lontani l'uno dall'altro e con in mezzo vaste distese erbose. Le prime costruzioni erano lontane un paio di chilometri da tutti i lati.

«Fatto» sussurrò Herman.

Dortmunder guardò da quella parte. Il cancello era semiaperto ed Herman stava riponendo gli attrezzi nella valigetta nera. «Okay» disse Dortmunder, mentre si alzava, imitato dagli altri. Entrarono tutti e si richiusero il cancello alle spalle. Murch non aveva sbagliato a contare i cani. Adesso erano addormentati tutti e quattro, e due russavano. La mattina dopo si sarebbero svegliati con un mal di testa feroce, ma i dipendenti della Lafferty non se ne sarebbero accorti, dato che i cani di quella razza non avevano mai un umore molto tranquillo.

L'interno della Lafferty pareva una città abbandonata sulla luna. Se non fosse stato per le roulottes che, simili a grosse scatole, erano disposte qua e là, il cortile sarebbe sembrato un normalissimo deposito all'aperto, con i suoi mucchi di ferri vecchi, le pile di tubi cromati che riflettevano la luce della luna e altri mucchi di pezzi di ricambio che, arrugginiti e nerastri, avevano l'aria di navi spaziali fracassate su una superficie astrale. Ma le roulottes sembravano delle case, con le pareti alte e le finestrelle e le porte, e da come erano disposte qua e là nel cortile, alcune appoggiate sui fianchi e in via di riparazione, davano l'impressione di una città abbandonata dopo un terremoto.

Nel cortile c'erano numerosi pali piuttosto alti, con in cima un riflettore, ma erano così lontani l'uno dall'altro che la maggior parte della zona rimaneva immersa nella semioscurità. Comunque, ci si vedeva a sufficienza per farsi strada attraverso i mucchi di roba, e Dortmunder era già stato là con Murch, nel pomeriggio precedente, e così sapeva da che parte andare. Gli altri lo seguirono, mentre procedeva diritto, con la ghiaia che scricchiolava sotto i suoi piedi, poi aggirava un mucchio di infissi di finestre cromati e si dirigeva verso una montagna di ruote.

All'improvviso, Victor disse: «Sapete che cosa sembra?». Poiché nessuno parlò, Victor rispose da solo alla sua domanda: «Sembra di vivere in una di quelle favole in cui la gente diventa piccola piccola. Ho la sensazione di trovarmi sul banco di un fabbricante di giocattoli».

Blocchi completi di ruote e assali, ammassati in pile enormi. Decine di blocchi ricuperati da roulottes ormai fuori uso. A destra, c'era un altro mucchio di ruote senza pneumatici - per seguire l'analogia di Victor sul fabbricante di giocattoli, le ruote metalliche e rotonde sembravano le pedine di una dama gigantesca - ma a Dortmunder interessavano i blocchi completi: ruote, assale e struttura metallica da avvitare al fondo della roulotte.

Dortmunder aveva indossato la giacca di pelle, adesso, e dal taschino tirò fuori un metro. Murch gli aveva dato le dimensioni massime, sia in larghezza sia in altezza, e Dortmunder cominciò a misurare i blocchi dal fondo del mucchio.

Risultò che la maggior parte dei blocchi era troppo piccola, troppo stretta, ma alla fine Dortmunder ne trovò uno che andava bene, poco lontano dal mucchio. Kelp e Herman lo fecero rotolare lontano, in modo da non confonderlo con gli altri, e poi tutti e quattro cominciarono a smantellare quella specie di collina di blocchi, con Dortmunder che li misurava a mano a mano che venivano messi a terra. Quei maledetti affari erano pesantissimi, dato che erano completamente di metallo, e per la stessa ragione facevano un fracasso infernale.

Finalmente ne saltò fuori un altro con le misure giuste, e anche quello fu messo da parte. Poi ricostruirono la collina. Oltre a essere pesanti e rumorosi, i blocchi erano anche sporchi e unti, e ormai i quattro uomini erano inzaccherati dalla testa ai piedi. Quando ebbero finito, Dortmunder indietreggiò, ansando, per studiare la loro opera. Il mucchio sembrava identico a com'era prima. Il fatto che avessero tolto un blocco non cambiava l'aspetto generale del mucchio.

Adesso non restava che rotolare i due blocchi fino al cancello e fuori. Dortmunder e Kelp si occuparono di uno, e Victor e Herman dell'altro, e tintinnarono, sferragliarono, pandemoniarono giù per il vialetto. Disturbarono i cani, che guairono e si mossero nel sonno, ma senza svegliarsi del tutto.

Murch era vicino al retro del camion con la torcia in mano, quando gli altri arrivarono, ma non appena li vide se la cacciò in tasca. «Vi ho sentiti arrivare.»

Gli altri stavano ancora rotolando i blocchi dal cancello al camion. «Che cosa?» gridò Dortmunder, sopra quel fracasso.

«Lascia perdere» rispose Murch.

«Che cosa

«Lascia perdere!»

Dortmunder annuì.

Caricarono i blocchi sul camion, poi Dortmunder disse a Murch: «Vengo in cabina con te».

«Anch'io» si affrettò a dire Herman.

«Veniamo tutti» disse Kelp. E Victor aggiunse: «Altroché».

Murch li guardò. «Non ci si sta in cinque.»

«Ci stringeremo» fece Dortmunder.

«Ti dico che non ci stiamo.»

«Non preoccuparti» disse Kelp.

«Ha ragione Dortmunder» esclamò Herman. «Ci stringeremo.»

«È contro la legge» dichiarò Murch. «In una cabina come quella al massimo ci si può stare in due. È la legge. E se ci fermasse la polizia?»

«Non preoccuparti neanche di questo» disse Dortmunder. Si diressero tutti verso la cabina, lasciando Murch a chiudere le portiere del cassone. Quando Murch arrivò davanti, trovò gli altri quattro ammassati sul sedile vicino al suo, come studenti in una cabina telefonica. Scosse la testa, senza fare commenti, e afferrò il volante.

L'unico vero problema nasceva quando cercava di mettere la quarta: a quel punto, trovava sei o sette ginocchia schiacciate contro la sua mano. «Devo mettere la quarta, adesso» disse e le ginocchia si ritirarono, lasciandogli libertà di movimento. Per fortuna non c'erano molti semafori sulla strada che aveva scelto, e così non dovette cambiar marcia troppo spesso. Ma la massa umana accanto a lui emetteva un gemito a quattro gole tutte le volte che il camion prendeva una buca.

«Sto tentando di capire» disse Murch in tono tranquillo, fissando accigliato il parabrezza «come fate a dire che è meglio stare qui che dietro.» Ma non rimase sorpreso quando nessuno gli rispose, e non ripeté il commento.

La fabbrica abbandonata che Dortmunder e Kelp avevano trovato comparve finalmente sulla sinistra. Murch si diresse da quella parte, raggiunse la piattaforma di carico sul retro e scesero tutti. Herman tirò giù dal cassone la valigetta nera, aprì la porta e alla luce della torcia elettrica di Murch fecero spazio tra i mucchi di ferri vecchi per sistemare i due blocchi di ruote. Poi Herman richiuse.

Quando fu l'ora di andare, trovarono Murch che camminava dentro il cassone, studiandone gli angoli con la torcia. «Siamo pronti» gli disse Kelp.

Murch li fissò, accigliato, tutti e quattro ammassati sulla piattaforma di carico, con gli occhi su di lui. «Che cos'è questo strano odore?» domandò.

«Whisky» rispose Kelp.

«Whisky canadese» fece Herman.

Murch li guardò in silenzio per qualche attimo. «Capisco» disse poi, freddissimo. Spense la torcia, scese e chiuse la portiera. Risalirono tutti nella cabina, Murch a sinistra e gli altri a destra, e tornarono verso le loro macchine. Kelp avrebbe riportato il camion dove l'aveva preso. Proseguirono per dieci minuti in un silenzio cupo, e poi Murch disse: «A me non ne avete offerto».

«Che cosa?» disse il mucchio umano vicino a lui.

«Lasciate perdere» esclamò Murch, dirigendosi volutamente verso una buca. «Non importa.»

 

XV

 

Alle quattro e venti di domenica mattina, col mondo ancora buio della notte del sabato, un'autopattuglia passò lentamente davanti alla roulotte che ospitava la banca. I due agenti in divisa a bordo dell'autopattuglia non degnarono la roulotte neanche di un'occhiata. Dentro la banca la luce restava accesa giorno e notte, come si poteva vedere attraverso le veneziane su tutti i lati, e gli agenti sapevano che dentro non c'erano soldi, neanche un centesimo. Sapevano anche che se un ladro, convinto che ci fosse del denaro, avesse tentato di entrare, avrebbe scatenato l'allarme, qualunque metodo usasse. L'allarme sarebbe suonato anche alla stazione di polizia e il centralinista li avrebbe avvertiti attraverso la radio della macchina. Dato che il centralinista non li aveva avvertiti, i due agenti erano sicuri che la roulotte era al sicuro e di conseguenza non la degnarono di un'occhiata.

La loro fiducia era giustificata. Tutta la roulotte era collegata con l'allarme. Se un dilettante avesse tentato di aprire una porta o avesse fracassato il vetro di una finestra, avrebbe fatto suonare l'allarme; ma anche se ci avesse tentato uno più esperto, l'allarme sarebbe suonato ugualmente. Ad esempio, tutto il pavimento della roulotte era pieno di cavi; se uno avesse aperto un foro nel pavimento per passare di là, anche così sarebbe suonato l'allarme. Lo stesso con il soffitto e le quattro pareti. Là dentro non poteva infilarsi neanche un passerotto, senza che la stazione di polizia non ne venisse avvertita.

I due agenti, mentre passavano, prestarono maggior attenzione all'edificio della vecchia banca, dall'altra parte della strada. Là dentro avevano già rubato del materiale per costruzione e avevano compiuto pure atti di vandalismo, anche se non si capiva come a qualcuno potesse venir in mente di danneggiare un edificio che, tanto, doveva essere abbattuto. Comunque, agli agenti non spettava chiedersi il perché, e così fecero passare le luci delle torce sulla facciata della vecchia banca, non videro niente di sospetto o fuori del normale e proseguirono.

Murch li lasciò allontanare di un isolato e poi scese dalla cabina del camion parcheggiato subito dopo l'angolo della strada laterale, vicino a un'estremità della roulotte. Il camion di quella sera, con la scritta "Biancheria Hoity Toity", era stato ispezionato molto più a fondo da Kelp prima di essere rubato, e Murch ormai si era fatto spiegare la ragione del pandemonio della sera prima, e così adesso erano tutti di umore migliore. Murch, anzi, pentito per aver imposto ai suoi amici un ritorno a casa molto più disagevole di quanto non fosse stato necessario, faceva di tutto per mostrarsi allegro e servizievole.

Nel cassone del camion, oltre a Dortmunder, Kelp, Herman e Victor, c'erano i due blocchi di ruote per la roulotte, ora molto cambiati. I ragazzi avevano passato il sabato pomeriggio nella fabbrica abbandonata, a mettere nuovi pneumatici alle ruote e ad applicare ai blocchi listelli di ferro per portarli all'altezza giusta. Adesso i blocchi pesavano quasi il doppio di prima e riempivano la maggior parte del cassone.

Murch aprì le portiere posteriori e disse: «I poliziotti sono appena passati. Dovreste avere una buona mezz'ora prima che ritornino».

«Bene.»

Dovettero mettersi tutti e cinque per scaricare le ruote e portarle fino alla roulotte. Dortmunder e Murch staccarono la piccola staccionata di legno che chiudeva un'estremità della roulotte, la misero da parte, e poi, sempre tutti e cinque, spinsero i due blocchi al loro posto: uno all'estremità della roulotte vicina al camion, il secondo all'estremità vicina alla staccionata.

Poi Murch rimise la staccionata e andò a sedersi nella cabina del camion per tenere d'occhio la situazione.

Sotto la roulotte, gli altri quattro avevano tirato fuori delle piccole torce elettriche e studiavano il fondo della roulotte. Finalmente trovarono i crick. Ce n'era uno ripiegato contro il fondo della roulotte ad ogni angolo, e un uomo per ogni crick. I crick erano assicurati contro il fondo da grosse viti, ma ogni uomo era equipaggiato anche di cacciavite, e non ci volle molto per svitare i crick, tirarli giù e piazzarli contro il terreno. In fondo ai crick c'erano delle grosse piastre che sembravano piedi d'oca. Gli uomini lavoravano in uno spazio alto meno di un metro. Sarebbe stato più facile se avessero potuto muoversi carponi, ma i mattoni sbriciolati che coprivano il terreno lo rendevano impossibile, e così si spostavano come oche in armonia con le piastre dei crick.

Quando si furono sussurrati, da un angolo all'altro, che erano pronti, Dortmunder cominciò a contare lentamente, ritmicamente, per spaziare i giri che dovevano imprimere ai crick: «Uno... due... tre... quattro...». Tutti girarono allo stesso ritmo, perché l'idea era che la roulotte doveva essere sollevata orizzontalmente senza pendenze che potessero scatenare inavvertitamente l'allarme. Per un lungo tempo, però, la roulotte non si alzò affatto. Non successe niente, tranne che i piedi d'oca affondarono sempre più nel terreno coperto di mattoni rotti.

Poi, all'improvviso, il fondo della roulotte fece sprong! Fu come il forno di una cucina che si scalda, con i lati che si contraggono. Tutti e quattro smisero di girare, e mentre Dortmunder e Victor si immobilizzarono, Herman e Kelp persero l'equilibrio e caddero a sedersi sui mattoni. «Oh» sussurrò Kelp. E Herman rispose: «Accidenti».

Aspettarono mezzo minuto, ma non accadde altro. E così Dortmunder disse sottovoce: «Okay, continuiamo. Ventidue... ventitré... ventiquattro...».

«Si muove!» sussurrò Victor, eccitato.

Era vero. All'improvviso, la luce dei lampioni agli angoli delle strade cominciò a filtrare attraverso una fessura sottile tra il fondo della roulotte e il bordo dei blocchi di cemento, lungo la facciata.

«Venticinque...» disse Dortmunder. «Ventisei... ventisette...»

Si fermarono al quarantadue. Adesso, tra il fondo della roulotte e i blocchi di cemento c'erano circa sei centimetri.

«Prima sistemiamo le ruote posteriori» disse Dortmunder.

Fu molto complicato. Non perché difficile, ma perché lo spazio era poco e il blocco delle ruote pesante. Sul fondo della roulotte, a ogni estremità, era già montata una larga striscia di metallo alla quale si potevano assicurare i blocchi. Le strisce avevano dei fori per i bulloni, ma gli uomini non avevano potuto stabilire in anticipo dove praticare i fori corrispondenti nei blocchi delle ruote, e così adesso dovettero prima sistemare i blocchi sotto il fondo della roulotte, segnare il punto in cui dovevano praticare i fori, poi rimuovere i blocchi... cercando di non farli sbattere troppo forte o troppo spesso contro i crick... e metterli in modo che Herman potesse praticare i buchi con un trapano a batteria. Alla fine rimisero i blocchi delle ruote contro le strisce di metallo, le sollevarono con dei pezzi di mattone che cacciarono sotto i pneumatici in modo che aderissero alle strisce, e poi avvitarono sei bulloni a ogni blocco. Ci misero un'ora, per arrivare a questo punto, e in quel periodo l'autopattuglia passò due volte. Ma erano troppo indaffarati per accorgersene, e siccome usavano le piccole torce elettriche solo quando era strettamente indispensabile, schermando la luce con le mani il più possibile, neanche i poliziotti si accorsero di loro. Alla fine le ruote furono sistemate, e il terreno sotto livellato, senza monticelli di mattoni. Adesso si rimisero al lavoro con i crick. Tutti e quattro erano pronti ad abbassare la roulotte, con Dortmunder che contava, esattamente come prima: «Uno... due...». E non: «Quarantadue... quarantatré...».

Non ci fu nessuno sprong questa volta, e il conto finì a trentatré. Rimisero a posto i crick riavvitandoli, e poi Dortmunder strisciò di sotto la roulotte per controllare che il fondo aderisse ai blocchi di cemento. Avevano gonfiato i pneumatici al massimo, calcolando che se fosse stato necessario avrebbero potuto far uscire un po' d'aria per abbassarli, ma risultò che andava bene così. Il peso della roulotte era sufficiente per appiattire le ruote, tanto che adesso c'era a dir molto un paio di centimetri di distanza tra il fondo e i blocchi dalla parte della piccola staccionata, e dall'altra, dov'era la cassaforte, praticamente niente. O, al massimo, un decimo di centimetro.

Dortmunder controllò da tutte le parti, rimase soddisfatto, tornò alla staccionata e sussurrò: «Tutto bene. Uscite». Gli altri erano rimasti ad aspettare convinti che Dortmunder ordinasse di togliere un po' d'aria a questo o a quel pneumatico.

Uscirono, Herman con la valigetta nera, e mentre Dortmunder e Victor rimettevano a posto la piccola staccionata, Herman e Kelp si spostarono verso la facciata per finire il lavoro. Erano dei perfezionisti. Herman, armato di un grosso tubo di quel materiale plastico che esce lentamente e non indurisce mai del tutto, si spostò lungo la facciata, spruzzando il materiale tra la roulotte e i blocchi di cemento, con Kelp dietro, che passava il terriccio sul materiale plastico in modo da tingerlo dello stesso colore del cemento. Ripeterono l'operazione sui quattro lati e poi raggiunsero gli altri, che erano già sul camion. Murch, che era sceso dalla cabina apposta per questo, chiuse le portiere posteriori, ritornò al volante e mise in moto.

«Bene» disse Dortmunder, mentre tutti accendevano le torce elettriche per vedersi in faccia. «Direi che abbiamo fatto un buon lavoro.»

«Accidenti!» esclamò Victor, eccitato, con gli occhi scintillanti. «Non vedo l'ora che arrivi giovedì!»

 

XVI

 

Joe Mulligan inciampò sull'ultimo gradino, mentre entrava nella banca e si sarebbe pensato che ormai doveva conoscerla, l'altezza dei gradini.

«Che succede, Joe?»

Quello che aveva parlato era Fenton, la guardia più anziana. A Fenton piaceva che gli altri lo chiamassero Capo, ma nessuno lo faceva mai. Inoltre, anche se non era tenuto a entrare in servizio fino alle otto e un quarto, Fenton era sempre sul posto non più tardi delle otto, in piedi davanti alla porta, per controllare che nessuno arrivasse tardi. Nonostante questo, però, non era cattivo; se a qualcuno capitava di arrivare in ritardo, Fenton gli faceva la predica, ma non denunciava mai la cosa al direttore.

Mulligan si allisciò la giacca azzurro scuro della divisa, sistemò meglio la fondina sul fianco destro e scosse la testa. «Continuo a inciampare, accidenti» disse.

«Io, invece, stasera mi sento in gran forma» rispose Fenton, sorridendo, e si molleggiò sui talloni per dimostrare quello che intendeva dire.

«Buon per te» fece Mulligan. Per quanto lo riguardava, non vedeva l'ora, come sempre il giovedì sera, che arrivassero le nove e che gli impiegati della banca se ne andassero a casa, in modo da potersi sedere e rilassare. Aveva passato la vita in piedi ed era convinto che non si sarebbe più sentito in forma, lui.

Quella sera era arrivato alle otto e quattordici minuti, secondo l'orologio appeso sulla parete dietro i cassieri. Tutte le altre guardie erano già là, tranne Garfield, che sbucò un minuto dopo - appena in tempo - allisciandosi i baffi a manubrio e guardandosi attorno come se ancora non avesse deciso se sorvegliare la banca o rapinarla.

Adesso Mulligan aveva già preso il suo solito posto del giovedì, contro la parete vicino alla bella ragazza seduta alla scrivania fuori dal recinto. Mulligan aveva sempre avuto un debole per le belle ragazze. Aveva sempre avuto un debole anche per la sedia di quella ragazza in particolare e preferiva essere là vicino, alle nove, in modo da potersene impossessare.

La banca era ancora aperta, e lo sarebbe stata fino alle otto e mezzo. Per i quindici minuti che mancavano sarebbe stata anche molto affollata, il che era logico, dato che agli impiegati adesso si erano aggiunte le sette guardie: Mulligan e le altre sei. Tutte e sette indossavano la stessa divisa azzurra, con il distintivo triangolare sulla spalla sinistra e la scritta Continental Detectives Agency. I distintivi, con sopra inciso CDA e un numero, sembravano quelli della polizia, così come sembravano della polizia le rivoltelle Smith and Wesson calibro 38 di ordinanza. La maggior parte delle guardie, incluso Mulligan, un tempo erano state nella polizia e non facevano nessuna fatica a sembrare disinvolte, nella divisa. Mulligan aveva prestato servizio a New York per dodici anni, ma non gli era piaciuto come andavano le cose, e da nove anni era nella Continental. Garfield era stato nella Military Police, e Fenton aveva passato venticinque anni in una città del Massachusetts, era andato in pensione prima del tempo e adesso lavorava nella Continental sia per tenersi occupato sia per aumentare il suo reddito. Fenton era l'unico ad avere un contrassegno in più sulla divisa: le due strisce sulla manica significavano che era sergente. La CDA aveva solo due gradi, per i suoi dipendenti: guardie e sergenti. E usava i sergenti solo quando un lavoro richiedeva più di tre uomini. La stessa gerarchia vigeva anche nel Reparto Operativo, destinato agli agenti in borghese, un lavoro al quale Mulligan non aspirava. Si rendeva conto che essere un agente operativo della Continental era considerato prestigioso, ma lui era un piedipiatti, non un agente investigativo, e non chiedeva altro.

Alle otto e mezzo l'usciere della banca, un vecchio di nome Nieheimer (non un agente della CDA), chiuse tutt'e due le porte, poi rimase vicino a una per continuare ad aprirla e a chiuderla per gli ultimi cinque minuti in modo da far uscire gli ultimi clienti. Poi gli impiegati misero via le carte, riposero il denaro nella cassaforte, coprirono le macchine da scrivere e le calcolatrici, e alle nove l'ultimo di loro (che era sempre Kingworthy, il direttore) fu pronto ad andarsene a casa. Fenton restava sempre vicino alla porta per assicurarsi che Kingworthy chiudesse bene dall'esterno. L'allarme era fatto in modo che lo si poteva interrompere solo con una chiave dall'esterno; una volta che Kingworthy se n'era andato, le guardie non potevano aprire nessuna delle due porte senza far suonare l'allarme alla stazione di polizia. Per questa ragione, tutte le sette guardie si portavano la cena da casa. E per la stessa ragione c'era una toilette in fondo alla roulotte, dalla parte opposta alla cassaforte.

Le nove. Kingworthy se ne andò e chiuse a chiave; Fenton si voltò e disse la frase che ripeteva ogni giovedì sera: «Adesso siamo in servizio».

«Bene» rispose Mulligan, e allungò la mano verso la sedia. Nel frattempo, Block andò a prendere il tavolo pieghevole, vicino alla cassaforte, e tutti gli altri si diressero verso le loro sedie preferite. Nel giro di un minuto il tavolo pieghevole era sistemato nella zona della banca riservata ai clienti, con le sette guardie sedute attorno, e Morrison aveva tirato fuori dalla tasca della giacca due mazzi di carte - uno con il retro azzurro, l'altro con il retro rosso - mentre ognuno degli uomini cavava di tasca una manciata di monete, mettendola sul tavolo.

Furono distribuite sette carte, perché la regola era che la carta più alta teneva il mazzo, e il mazzo toccò a Dresner. «Cominciamo» disse, mise una monetina in mezzo al tavolo e prese a servire.

Mulligan era seduto con la schiena rivolta alla cassaforte, la faccia verso la facciata della roulotte; e cioè, verso le scrivanie degli impiegati. A destra aveva il banco dei cassieri, a sinistra le due porte chiuse. Se ne stava seduto con le gambe allargate, i piedi piazzati sul pavimento, e osservata Dresner che serviva. Guardò le carte che aveva in mano: un cinque di cuori e un due di picche. Morrison puntò cinque centesimi (per la prima carta il limite era di cinque centesimi, dopo si poteva salire a dieci, con un massimo di venti) e Mulligan passò. «Ho la sensazione che stasera non è la mia serata.»

Aveva ragione. All'una e mezzo di notte perdeva quattro dollari e settanta centesimi. Di tanto in tanto, quando aveva il mazzo, Fox dichiarava che per aprire ci voleva almeno una coppia di re, e all'una lo fece di nuovo. Ogni giocatore aveva già accettato l'invito del banco, e così il piatto era di trentacinque centesimi. Nessuno poté aprire, e Fox dette di nuovo le carte, invitando per la seconda volta. Ancora nessuno poté aprire, e quando Mulligan guardò le sue carte e vide tre sei, il piatto era già di un dollaro e cinque. Per migliorare la situazione, Fenton, che era alla destra di Mulligan, aprì di venticinque centesimi. Una rarità, accettata solo nelle ore piccole, dato che il massimo era sempre di venti. Mulligan pensò di rilanciare, ma poi decise di attirare nel gioco il maggior numero possibile di persone, e non ne fece niente. Anche Garfield e Block accettarono l'invito di Fenton. Ora il piatto era di due dollari e cinque.

Adesso bisognava chiedere le carte. Fenton, che aveva aperto, ne volle tre. Quindi, doveva avere una coppia di re. Mulligan ci pensò sopra. Se prendeva due carte, gli altri avrebbero sospettato che aveva un tris. Ma d'altra parte era noto per avere il debole del bluff. Se chiedeva una carta sola, gli altri sarebbero arrivati alla conclusione che tentava di nuovo. Oltre ai tre sei, Mulligan aveva una regina e un quattro. Scartò il quattro e disse: «Una carta».

Garfield ridacchiò. «Tenti ancora di bluffare, vero, Joe?»

«Forse» rispose Mulligan, e si trovò fra le mani un'altra regina.

«Io sono più sincero» disse Garfield. «Voglio tre carte.» Quindi, anche lui cominciava con una coppia, probabilmente di assi o di re, e sperava di battere l'apertura di Fenton.

«Io, invece, sono disonesto» fece Block. «Una carta.» Il che significava che aveva o una doppia coppia, o una scala buca.

Una volta servite le carte, il massimo della puntata era di cinquanta centesimi, e fu la cifra che Fenton gettò sul piatto. Il che voleva dire che aveva migliorato la sua situazione.

Mulligan guardò le sue carte, anche se non le aveva dimenticate: tre sei e due regine... un bel full. «Io rilancio» disse, tirando fuori una banconota da un dollaro dalla tasca della camicia e lasciandola cadere sulle monete del piatto con aria dinsivolta.

Adesso sul piatto c'erano tre dollari e cinquantacinque. In tutto, Mulligan, aveva messo un dollaro e quaranta. Se nessuno stava al suo rilancio, quindi, avrebbe vinto due dollari e quindici netti.

Garfield studiò le proprie carte, accigliato. «Spiacente, Joe» disse «ma devo vedere.» E mise un dollaro sul piatto.

«Io, invece, devo rilanciare» fece Block, posando un dollaro e mezzo sul ripiano del tavolo.

«Per quanto mi riguarda» esclamò Fenton «mi è arrivata un'altra coppia, ma ho la sensazione che non basti. Passo.»

Adesso sul piatto c'erano quattro dollari e sessantacinque di denaro che non apparteneva a Mulligan. Se Mulligan vedeva - e vinceva - quasi quasi avrebbe chiuso alla pari, quella sera. Se invece perdeva, si sarebbe trovato in deficit di due dollari e quaranta.

«È il piatto più grosso della serata» esclamò Morrison, disgustato «e io non gioco.»

«Giuro che preferirei essere al tuo posto» fece Mulligan, continuando a fissare le sue carte e a pensare. Se rilanciava di mezzo dollaro e gli altri ci stavano, e lui vinceva, la serata si sarebbe chiusa con un bel vantaggio. Ma d'altra parte...

Accidenti, che cosa potevano avere quei due? Garfield aveva cominciato con una coppia alta, aveva chiesto tre carte e aveva migliorato la situazione. Probabilmente adesso aveva o un tris o una doppia coppia. Niente di cui preoccuparsi, quindi. D'altro canto, Block aveva chiesto una carta sola. Se aveva cominciato con una scala buca e gli era arrivata la carta, il full di Mulligan l'avrebbe battuto. Ma se Block aveva cominciato con una doppia coppia e gli era entrato un full? Il full di Mulligan era di sei. Il che significava che quello di Block doveva essere superiore.

Garfield, che appariva nervoso e irritato, esclamò: «Insomma, ti decidi?».

Come aveva detto Morrison, era il piatto più alto della serata. Mulligan ci si buttò a capofitto. «Rilancio di mezzo dollaro.»

«Passo» disse Garfield, disgustato.

«Se vuoi giocare, ancora mezzo dollaro» fece Block, mettendo un dollaro sul piatto e sorridendo come un gatto che stia per mangiare il canarino.

Mulligan, all'improvviso, si sentì molto depresso. Block doveva avere un full più alto del suo. Non c'era altra possibilità. Ma ormai non poteva ritirarsi... «Vedo» disse con voce stanca, aggiungendo un altro mezzo dollaro al piatto.

«Scala» disse Block, mostrando le carte. «Scala al fante.»

«Accidenti!» gridò Mulligan, e alzò la mano per scoprire le carte. Ma non aveva ancora abbozzato il gesto che fu sbalzato all'indietro. Andò a rotolare sul pavimento, che all'improvviso sussultava. E mentre cadeva, picchiò i piedi sotto il ripiano del tavolo, facendolo volare in aria. Monete, carte e guardie esplosero in tutte le direzioni, e un attimo dopo si spense la luce.

 

XVII

 

A quell'ora, di giovedì sera, alla stazione di polizia c'erano tre agenti. Se ne stavano seduti in fila a un lungo tavolo, ognuno munito di tre telefoni e di una ricetrasmittente, tutti e tre con la faccia rivolta verso un grande pannello quadrato pieno di luci, appeso alla parete di fronte. Il pannello aveva i lati di un metro e mezzo ed era incorniciato di legno. Sembrava uno di quei quadri che vengono esposti al Museo d'Arte Moderna. Contro il nero del pannello erano disposte sedici lampadine rosse, in fila, ognuna con un numero bianco dipinto sopra. In quel momento le lampadine erano tutte spente, e la composizione avrebbe potuto essere intitolata: "Fanalini posteriori a riposo".

All'una e trentasette di notte si accese un fanalino posteriore: il numero cinquantadue. Nello stesso tempo, si sentì un ronzio irritante, simile a quello di una sveglia che annuncia l'ora di alzarsi.

Gli agenti di guardia lavoravano ognuno alla propria serie di luci, e quell'allarme, che la polizia chiamava "all'erta", era di proprietà dell'agente a sinistra, che premette un pulsante per interrompere il ronzio e nello stesso tempo disse: «Tocca a me». Poi, mentre con la sinistra afferrava uno dei telefoni e con la destra accendeva la radio per trasmettere, lanciò un'occhiata veloce alla lista dattiloscritta posata sul tavolo di fronte a lui e fermata da un pezzo di vetro. Vide che il numero cinquantadue corrispondeva alla sede provvisoria della banca ospitata nella roulotte.

«Macchina nove» disse, mentre con la sinistra, stringendo ancora il ricevitore del telefono, formava il numero 7, che corrispondeva all'ufficio del capitano. In quel momento, l'ufficio era occupato dal poliziotto in servizio più alto in grado, il tenente Hepplewhite.

La macchina nove era l'autopattuglia che sorvegliava la banca, e quella sera gli agenti in servizio erano Bolt ed Echer. Bolt guidava molto lentamente, e aveva superato la banca cinque minuti prima, subito dopo che a Joe Mulligan erano stati serviti i tre sei.

Echer, seduto sul sedile accanto, rispose alla chiamata, staccando il ricevitore di sotto il cruscotto e premendo il pulsante alla sua destra. «Autopattuglia nove.»

«Allarme alla banca fra Fiorai e Tenzing Street.»

«Quale?»

«Sull'angolo delle due strade.»

«Quale banca

«Oh. Quella provvisoria, quella nuova, quella provvisoria.»

«Ah, quella.»

Procedendo a velocità moderata, l'autopattuglia ci aveva messo cinque minuti per allontanarsi fino a quel punto dalla banca. Adesso, acceleratore premuto al massimo, sirena scatenata, luce rossa accesa, ci mise meno di due minuti per tornare indietro. Nel frattempo, era stato informato il tenente Hepplewhite, che dette l'allarme agli uomini presenti nella stazione di polizia. Quegli uomini avevano giocato a poker per tutta la sera, ma a nessuno era ancora capitato un full, sia pure solo di sei. «Accidenti alle carte» esclamò l'agente Kretschmann, disgustato, ma gli altri non gli dettero retta. L'agente Kretschmann commentava sempre il gioco con imprecazioni.

Erano state già avvertite anche le altre due autopattuglie, che si trovavano molto più lontane e che adesso accorrevano verso la scena. (Gli uomini di guardia alla stazione di polizia erano stati avvertiti anche loro, ma ancora non accorrevano verso la scena, anche se avevano smesso di giocare a poker e si erano infilati le giacche e allacciati i cinturoni). L'agente che si era occupato del primo allarme non avrebbe risposto a nessun'altra chiamata finché l'autopattuglia nove non avesse fatto rapporto.

«Uuhhh» disse la radio. «Agente di guardia?»

«Siete l'autopattuglia nove?»

«Sì, siamo l'autopattuglia nove. Non c'è.»

L'agente provò un momento di panico. Cosa, non c'era? Il guaio? Guardò la luce rossa, che era ancora accesa nonostante che il campanello non ronzasse più, e il numero era il cinquantadue. Controllò sul foglio dattiloscritto, e il numero cinquantadue corrispondeva alla banca provvisoria. «Be', c'era.»

«Lo so che c'era» disse l'autopattuglia nove. «L'ho vista solo cinque minuti fa, ma adesso non c'è più.»

L'agente di guardia nella stazione di polizia non capiva più niente. «L'hai vista cinque minuti fa?»

«Sì, l'ultima volta che siamo passati di qui.»

«Aspetta un momento» disse l'agente. Cominciava ad alzare la voce, e gli altri due lo guardavano con espressione strana. Un agente di servizio doveva mantenere la calma, stando alle regole. «Un momento» ripeté l'agente. «Eri a conoscenza di questa faccenda cinque minuti fa e non hai fatto rapporto

«No no no» disse l'autopattuglia nove, e un'altra voce esclamò: «Lascia parlare a me». L'altra voce, più forte, disse nel microfono: «Agente, sono l'agente Bolt. Siamo sulla scena e la banca è scomparsa».

L'uomo di guardia nella stazione di polizia rimase silenzioso per molti secondi. Sulla scena, l'agente Bolt era vicino all'autopattuglia, in piedi sul marciapiede, con il microfono contro la bocca. Lui e l'agente Echer fissavano il punto in cui era stata la banca. L'agente Echer lo fissava con occhi vitrei, l'agente Bolt con occhi tristi e irritati.

I blocchi di cemento c'erano ancora, ma sopra c'era solo il vuoto. Passava il vento, soffiando, all'altezza in cui s'era trovata la banca; se uno strizzava gli occhi, aveva quasi la sensazione di vedere la roulotte, come se fosse diventata invisibile ma fosse ancora presente.

Da sinistra a destra, dai pali del telefono e della luce pendevano dei cavi. Due serie di gradini di legno portavano fino al bordo superiore dei blocchi di cemento e là si fermavano.

L'agente di servizio alla stazione di polizia, con la voce esile e inconsistente quasi quanto l'aria nel punto in cui si era trovata la banca, disse: «La banca è scomparsa?».

«Proprio così» rispose l'agente Bolt, annuendo irritato.

 

XVIII

 

Dentro la banca, c'erano caos e confusione. Dortmunder e gli altri non si erano preoccupati di procurarsi delle sospensioni o qualcosa per attutire i rimbalzi. Si erano preoccupati solo delle ruote. E siccome procedevano a velocità sostenuta, il risultato era che la banca sussultava, ondeggiava, sbatteva da tutte le parti.

«Avevo full!» gemette Joe Mulligan nel buio. Tutte le volte che cercava di mettersi in piedi inciampava in una sedia o in qualche altra guardia, e ricadeva lungo disteso sul pavimento. Adesso aveva deciso di restare là, appoggiato sulle mani e sulle ginocchia, a urlare il suo annuncio nell'oscurità. «Mi sentite? Avevo full.»

Da qualche parte, nella confusione - era come se fossero sepolti da una valanga - rispose la voce di Block: «Cristo, Joe, quella mano non è più valida!».

«Full di sei! Avevo full di sei!»

Fenton, che fino a quel momento era rimasto silenzioso, all'improvviso strillò: «Lasciate perdere il poker! Vi rendete conto di quello che sta succedendo? Qualcuno ruba la banca!».

Fino a quel momento, Mulligan non si era reso conto, in realtà, di quello che stava succedendo.

Con la mente occupata da una parte dal full di sei e dall'altra dalla difficoltà di tenersi in equilibrio in quel buio sussultante, senza essere scaraventato chissà dove, non aveva pensato neanche per un momento che quel disastro era molto più grave di quello suo personale.

Ma non poteva ammetterlo, soprattutto a Fenton, e così gridò in risposta: «Certo che mi rendo conto che qualcuno sta rubando la banca!». E poi sentì le parole che aveva appena pronunciato e ne rovinò l'effetto squittendo: «Rubando la banca?».

«Abbiamo bisogno di luce!» urlò Dresner. «Chi ha una torcia?»

«Alzate le tapparelle!» strillò Morrison.

«Io ce l'ho, una torcia!» gridò Garfleld... e apparve una piccola chiazza di luce che non fece altro che sottolineare la densità del buio attorno. Poi la luce si mosse su e giù, a destra e a sinistra, e Garfield strillò: «Mi è caduta!». Mulligan seguì la traiettoria della torcia, che sobbalzava pazzamente, e pensò che se fosse stata accompagnata da parole, sarebbe stata come una canzone ritmica. Parve che la torcia fosse diretta verso di lui, e si preparò ad afferrarla, ma prima che la raggiungesse, all'improvviso scomparve, si spense, o qualcosa del genere.

Finalmente, però, qualche secondo dopo qualcuno alzò una tapparella e fu possibile vedere qualcosa alla luce dei fanali che sfrecciavano all'esterno. Intervalli di buio e di luce si succedettero uno dopo l'altro, a grande velocità, come i bagliori di un film muto, ma fu sufficiente perché Mulligan potesse strisciare carponi attraverso i mobili rovesciati, le guardie lunghe distese e i soldi sparpagliati sul pavimento. Strisciò fino a che non riuscì ad aggrapparsi a qualcosa e non si mise in piedi. A gambe larghe, le braccia tese sul banco dei cassieri, le dita aggrappate al bordo, si guardò attorno.

A sinistra, Fenton si stava afferrando anche lui al banco, nell'angolo in cui il banco descriveva una svolta. Seduto sul pavimento, con la schiena rivolta verso la scrivania che in genere era occupata dalla bella ragazza, le braccia puntate a terra, c'era Morrison, che faceva una smorfia a ogni sobbalzo. Di fronte a lui, le dita contratte sul davanzale della finestra alla quale avevano alzato la tapparella, c'era Dresner, che cercava di capirci qualcosa della scena illuminata dai fanali che sfrecciavano fuori.

E dall'altra parte, che cosa succedeva? Black e Garfield erano strettamente abbracciati nell'angolo in cui il banco - con la cassaforte subito dietro - incontrava la parete della roulotte; seduti là, stretti l'uno all'altro, semisepolti dai mobili e dai pezzi di legno che si staccavano dalle pareti verso la parte anteriore della roulotte, sembravano una coppietta intenta a rotolarsi nel fieno. E dov'era Fox? Fenton doveva essersi chiesto la stessa cosa, perché all'improvviso gridò: «Fox! Dove sei finito?».

«Sono qui!»

Sì, era la voce di Fox, ma Fox dov'era? Mulligan si guardò attorno, e altrettanto fecero gli altri.

E poi Fox ricomparve. La sua testa emerse sopra il banco, vicino alla cassaforte. Dall'altra parte del banco. Appeso là, sembrava che avesse il mal di mare. «Eccomi.»

Anche Fenton lo vide e urlò: «Come sei finito la dietro?»

«Non lo so» rispose Fox. «Non lo so proprio.»

Block e Garfield si stavano avvicinando, adesso, camminando carponi. Avevano l'espressione di due padri che non si fossero resi conto che i loro figli ne avevano piene le tasche e se n'erano andati in giro per il mondo, all'improvviso. Garfield si fermò davanti a Fenton, alzò la testa, simile a un cane che aspetti una carezza dal padrone, e disse: «Tentiamo di abbattere la porta?».

«Proponi di andarcene?» Fenton sembrava fuori di sé, come se qualcuno gli avesse suggerito di arrendersi e di lasciare il forte in mano agli indiani. «Hanno la banca» disse «ma non hanno il denaro!» Lasciò andare il banco con un braccio per indicare la cassaforte con aria drammatica. Ma sfortunatamente, nello stesso attimo la banca descrisse una svolta a destra, e Fenton rotolò sul pavimento, andando a cadere sopra Dresner, vicino alla finestra. I due rimasero immobili, e Block e Garfield rotolarono contro di loro.

Girando la testa a sinistra, Mulligan, che aveva mantenuto la stretta sul bordo del banco, vide Morrison ancora seduto sul pavimento contro la scrivania: continuava a fare smorfie. Girando la testa a destra, Mulligan vide che Fox era scomparso di nuovo. Annuì, perché se l'era aspettato. Poco lontano, la voce di Fenton strillò: «Levatevi di dosso! Levatevi di dosso, vi dico! È un ordine!».

Mulligan, il petto contro il banco, guardò di sopra la spalla verso gli altri.

Vide sventagliare un sacco di gambe. Gli uomini non si erano ancora districati l'uno dall'altro, quando all'improvviso la luce intervallata proveniente da fuori si interruppe. Piombarono di nuovo nel buio.

«E adesso?» gemette Fenton con la voce soffocata, come se qualcuno gli avesse cacciato un gomito in bocca.

«Non siamo più in città» urlò Morrison. «Siamo in campagna. Non ci sono più lampioni.»

«Levatevi di dosso

Chissà perché, al buio sembrava che tutto fosse più tranquillo, nonostante che i sobbalzi continuassero. Mulligan era aggrappato al banco come un naufrago a una zattera e cercava di abituare la vista all'oscurità. Alla fine, Fenton sbottò, ansando: «E va bene. Ci siamo tutti?». Poi fece l'appello, e ognuno degli altri sei rispose "presente"... perfino Fox, anche se con voce debolissima.

«E va bene» ripeté Fenton. «Prima o poi dovranno fermarsi. Cercheranno pure di entrare qui dentro! Può darsi che prima sparino, perciò sarà meglio che ci mettiamo al riparo dietro il banco. Cercate di tenere una scrivania o qualche altro mobile tra voi e la parete esterna. Hanno la banca, ma non hanno il denaro, e finché ci siamo noi non l'avranno mai!»

Avrebbe potuto suonare come un discorso eroico, se non fosse stato interrotto da uno sbuffo per ogni parola e se gli ascoltatori non avessero dovuto aggrapparsi alle pareti o ai loro colleghi per mantenere l'equilibrio. Ma se non altro ricordò alle guardie il loro dovere, e Mulligan sentì i suoi colleghi strisciare verso il banco, ansando e sbattendo contro i mobili.

Mulligan dovette muoversi fidandosi di quello che ricordava dell'interno della banca, dato che non riusciva a vedere a un palmo dal naso. E da quello che ricordava lo sportello più vicino del banco era alla sua destra, verso la cassaforte. Si diresse da quella parte, strisciando contro il banco, e mantenendo le mani saldamente strette al bordo.

Anche lui ansava come gli altri, ed era comprensibile, dato lo sforzo che doveva fare per restare in piedi... ma perché aveva tanto sonno? Erano anni che lavorava di notte, e il giorno prima si era alzato alle quattro del pomeriggio. Era ridicolo avere sonno. Nonostante questo, però, aveva una voglia matta di mettersi a sedere. Non appena avesse raggiunto l'altro lato del banco, si sarebbe appoggiato a un armadietto, o a qualcosa del genere, e si sarebbe riposato. No, non avrebbe chiuso gli occhi, naturalmente... solo riposato.

 

XIX

 

«Allarme a tutte le autopattuglie. Allarme a tutte le autopattuglie. È stata rubata una banca lunga circa quindici metri, bianca e azzurra...»

 

XX

 

Dortmunder, Kelp e Murch erano gli unici membri della banda presenti al vero e proprio furto della banca. Quella sera, qualche ora prima, Kelp aveva rubato un camion con rimorchio, ma senza rimorchio, vicino ai moli del West Village di Manhattan e aveva incontrato Dortmunder e Murch sul Queens Boulevard, a Long Island City, subito dopo il ponte della Cinquantanovesima Strada a partire da Manhattan, poco dopo mezzanotte. Da allora aveva guidato Murch, con Kelp seduto in mezzo e Dortmunder a destra, il gomito appoggiato al finestrino aperto. Sotto il gomito di Dortmunder, all'esterno, c'era scritto il nome della compagnia proprietaria del camion: "Elmore Trucking". Il camion aveva la targa del Nord Dakota. Tra le gambe, mentre si dirigevano a est di Long Island, i tre uomini avevano una decina di metri di tubo nero da giardinaggio, parecchi pezzi di pesante catena di ferro e una cassetta piena di arnesi da falegname.

Arrivarono alla banca all'una e un quarto e dovettero spostare una macchina parcheggiata là davanti: la portarono di fronte a un estintore, misero il camion al suo posto e aspettarono in silenzio, con i fari e il motore spenti, finché non videro passare l'autopattuglia - l'autopattuglia nove - subito dopo l'una e mezzo. Poi, tranquillamente, fecero marcia indietro, avvicinarono il camion alla roulotte, con il motore al minimo e i fari spenti, e agganciarono il camion alla banca.

Il che risultò piuttosto complicato. Il camion era di quelli che si assicurano sotto la parte frontale di un rimorchio fornito solo delle ruote posteriori; cioè, le ruote posteriori del camion servono in genere come ruote anteriori del rimorchio, con la parte frontale del rimorchio che appoggia su una specie di piattaforma posteriore del camion. Ma quel rimorchio in particolare, la banca, essendo in realtà una roulotte invece di un rimorchio, non era equipaggiato per un collegamento del genere, e sul davanti aveva un aggancio a V, che dovette essere assicurato al camion. E così Dortmunder, Kelp e Murch legarono le due parti con le catene, stringendo ogni anello e saldandolo l'uno all'altro con le pinze che erano nella cassetta degli arnesi.

Poi, un'estremità del tubo da giardinaggio venne infilata nello scappamento del camion, e mentre Kelp avvolgeva metri e metri di nastro isolante nero attorno a quella parte del tubo, Dortmunder salì sul retro del camion e cacciò l'altra estremità della canna attraverso un'apertura per la ventilazione praticata in alto sulla parete della roulotte. Adesso, lo scappamento del camion scaricava dentro la banca. Altro nastro isolante fu usato per assicurare anche quell'estremità di tubo, e per mantenerne la lunghezza contro la facciata della roulotte; il pezzo di tubo che cresceva fu incollato alla parete posteriore del camion. Per fare tutto questo ci vollero solo tre o quattro minuti. Poi Murch e Kelp tornarono nel camion, con Kelp che portava la cassetta degli attrezzi, e Dortmunder effettuò un ultimo controllo prima di salire anche lui a bordo. «Tutto in ordine» disse.

«Partirò lentamente» rispose Murch. «Ma poi accelererò. Tenetevi saldi.»

«Fa' pure» disse Kelp.

«Pronti!» disse Murch, mettendo la prima, e poco dopo schiacciò l'acceleratore a tavoletta.

Il camion sfrecciò via come un cane che si fosse scottato contro una stufa accesa. Ci fu un rumore gracchiante, che nessuno di loro sentì sopra il rombo del motore, e la banca si staccò dai suoi ormeggi... gli ormeggi erano le tubature dell'acqua e gli scarichi della toilette. Mentre l'acqua spruzzava dai tubi rotti come una fontana in mezzo a un giardino, la banca scivolò via sui blocchi di cemento, simile a un biglietto da visita che venga sfilato da una cornicetta infissa su una porta. Murch, che non voleva svoltare prima che le ruote posteriori della banca fossero fuori dai blocchi di cemento, procedette diritto attraverso la strada laterale e cominciò a girare il volante solo quando le ruote anteriori sbatterono contro il marciapiede dall'altra parte; e mentre Kelp e Dortmunder strillavano e agitavano le braccia, girò il camion a sinistra, mancando di un pelo la vetrina di un fornaio sull'angolo, salì sul marciapiede, all'incrocio, scese di nuovo dal marciapiede, facendo sobbalzare la banca da tutti i lati, infilò la strada principale, e alla fine la banca fu di nuovo in linea con il camion.

La ruota posteriore sinistra della banca aveva fregato contro il bordo di un blocco di cemento, ma a parte un sobbalzo piuttosto sensibile, non c'erano stati danni, anche se un paio di bulloni si erano allentati, sotto il fondo della roulotte. La banca seguì il camion, sobbalzando e sussultando su e giù per i marciapiedi, sfiorando a sua volta la vetrina del fornaio... ancora più di stretta misura del camion perché era molto più ampia... e alla fine, immettendosi nella scia del camion, proseguì lungo la strada continuando a ondeggiare. Murch aveva studiato il tragitto con la massima cura. Sapeva quali strade secondarie erano sufficientemente ampie da ospitare la banca, quali strade principali erano meno battute e a quali angoli era possibile svoltare. Infatti svoltò a sinistra e a destra, più volte, con un minimo uso di freni o di marce basse, e dietro di lui la banca infilò i marciapiedi tagliandone gli angoli, ma non si rovesciò mai. Il peso più grosso, all'interno della roulotte, era rappresentato dalla cassaforte, che si trovava sul retro, e questo dava maggior stabilità alla corsa di Murch.

Nel frattempo Kelp, Dortmunder e la cassetta degli attrezzi continuavano a sovrapporsi. Alla fine Dortmunder riaffiorò alla superficie e strillò: «Ci stanno inseguendo?».

Murch lanciò un'occhiata allo specchietto retrovisivo infisso nel cofano del camion, all'esterno. «No, neanche per sogno» rispose, e imboccò una curva a sinistra così in fretta che si aprì lo scompartimento del cruscotto e un pacchetto di sigarette al mentolo No-Doz cadde in grembo a Kelp. Kelp raccolse il pacchetto con dita tremanti e disse: «Non mi siete mai servite di meno».

«Allora rallenta!» urlò Dortmunder.

«Non devi preoccuparti» disse Murch. I fari del camion illuminarono due macchine parcheggiate più avanti, una da una parte e una dall'altra della strada e staccate dal marciapiede tanto da lasciare ben poco spazio in mezzo. «Ho tutto sotto controllo» disse Murch, infilandosi nello spazio fra le due macchine e amputando lo specchio esterno della macchina a destra.

«Uh!» esclamò Kelp, mollando il pacchetto di No-Doz e chiudendo lo sportello dello scompartimento del cruscotto.

Dortmunder guardò il profilo di Murch, oltre quello di Kelp, vide che era assorto e capì che in quel momento era impossibile attirare l'attenzione di Murch senza correre il rischio di uscire di strada. «Mi fido di te» disse Dortmunder, dato che non aveva altra scelta, e si rintanò nell'angolo, osservando la notte che si schiacciava contro il parabrezza.

Proseguirono per una ventina di minuti, diretti a nord e svoltando a volte verso est. In un certo senso, la riva meridionale di Long Island che fronteggia l'Oceano Atlantico è meno prestigiosa di quella settentrionale, che fronteggia Long Island Sound, una baia più ristretta e protetta da una parte dall'isola e dall'altra dal Connecticut. Portando via la banca dalla comunità della riva meridionale e dirigendosi verso nord, Murch, Dortmunder e Kelp si spostarono gradualmente da piccole case vecchie appollaiate su fazzoletti di terra a case più grandi e più nuove, su estensioni di terreno più ampie. Allo stesso modo, a ovest, verso New York, le case erano più povere e più ammassate l'una all'altra, mentre verso est erano più ricche e più distanziate. Dirigendosi nello stesso tempo a est e a nord, Murch dava alla sede temporanea della banca una specie di promozione sociale.

Inoltre, avanzando verso quella regione, trovarono molte distese di terra non ancora sfruttate, tra una città e l'altra, al posto dei suburbi che caratterizzavano la zona dalla quale erano partiti. Dopo venti minuti, superarono un confine di contea e si trovarono su una strada a due corsie, piena di fosse e di crepe, con un campo coltivato a destra e una fila di alberi a sinistra. «Quasi ci siamo» disse Murch, e cominciò a premere il freno. «Accidenti!»

Dortmunder si tirò su. «Che succede? Non funzionano i freni?»

«Funzionano benissimo» disse Murch, a denti stretti, e premette di nuovo il pedale. «È quella maledetta banca che tenta di andarsene.»

Dortmunder si girò per guardare attraverso il lunotto posteriore. Tutte le volte che Murch toccava i freni, la roulotte cominciava a scivolare di fianco, con la parte posteriore che slittava a sinistra. «Sembra quasi che ci voglia superare» disse Kelp.

«Infatti» rispose Murch. Continuò a toccare il freno e a poco a poco rallentarono, e quando scesero a una velocità che superava appena i dieci chilometri orari, Murch poté frenare più decisamente. Alla fine si fermarono. «Accidenti» disse Murch. Teneva ancora le mani strette sul volante, e il sudore gli scendeva a rivoli dalla fronte giù sulle guance.

«Eravamo veramente in pericolo Stan?» domandò Kelp.

«Be'» rispose Murch, respirando lentamente ma a fondo. «A volte mi chiedo se Cristoforo è ancora un santo e se, soprattutto, è il protettore degli autisti.»

«Andiamo a dare un'occhiata» fece Dortmunder. In realtà, sentiva solo il bisogno di mettere i piedi a terra per un momento.

Anche gli altri non desideravano di meglio. Scesero tutti e tre e per qualche secondo picchiarono i piedi sulla strada piena di buche. Alla fine Dortmunder estrasse la rivoltella dalla tasca della giacca e disse: «Vediamo com'è andata».

«D'accordo» rispose Kelp, e tirò fuori un portachiavi con attaccate una dozzina di chiavi. Herman gli aveva assicurato che una o l'altra avrebbe aperto la porta della banca. «Almeno una di sicuro» aveva detto Herman. «Forse anche due o tre.» E Kelp aveva risposto: «Una basterà».

Infatti. La quinta chiave operò il miracolo. Mentre Murch illuminava la serratura con una torcia elettrica, la porta si aprì verso l'esterno. Kelp si tenne dietro il battente, perché non era sicuro di com'erano andate le cose là dentro. Poteva anche darsi che lo scarico dello scappamento non avesse addormentato completamente le guardie. Avevano fatto dei calcoli molto attenti sulla capacità in metri cubi della roulotte e la quantità di gas che lo scappamento avrebbe immesso all'interno. Dopo aver risolto equazioni su equazioni, avevano deciso quali potevano essere i limiti di sicurezza. Kelp non era pronto a giurare che i calcoli fossero esatti. E Dortmunder, comunque, gridò: «Uscite con le mani in alto».

«Quando mai dei ladri dicono una cosa del genere a delle guardie?» esclamò Kelp. «Sono le guardie che lo dicono ai ladri, in genere.»

Dortmunder lo ignorò. «Venite fuori» ripeté. «Non costringeteci a sparare.»

Nessuna risposta.

«Forza» disse Dortmunder sottovoce, come un medico che chiede un bisturi, e Murch gli porse la torcia. Dortmunder avanzò cauto, si premette contro la parete della roulotte e sbirciò oltre lo stipite della porta. Teneva tutt'e due le mani davanti a sé, una con la rivoltella e l'altra con la torcia.

Non si vedeva nessuno. I mobili erano rovesciati sul pavimento, che fra l'altro era ricoperto anche di fogli, monetine e carte da gioco. Dortmunder fece girare il fascio di luce senza vedere nessuno e disse: «Strano».

«Che cosa è strano?» domandò Kelp.

«Non c'è nessuno.»

«Vuoi dire che abbiamo rubato una banca deserta?»

«Il problema è questo» fece Dortmunder «abbiamo rubato una banca deserta?»

«Oh, oh» mormorò Kelp.

«Avrei dovuto aspettarmelo» disse Dortmunder. «Avrei dovuto immaginarlo non appena mi hai proposto questo colpo. O almeno, quando ho visto tuo nipote.»

«Diamo un'occhiata più approfondita» propose Kelp.

«D'accordo, visto che non c'è altro da fare.»

Salirono tutti e tre dentro la banca e cominciarono a cercare, e fu Murch a trovare le guardie. «Eccole qui» disse. «Dietro il banco.»

Ed erano veramente lì, tutte e sette, sul pavimento oltre il banco, incastrate tra gli armadietti archivio, le scrivanie e le sedie, profondamente addormentate. «Ho sentito quello che russava» disse Murch. «Per questo ho capito dov'erano.»

«Guarda che aria serena» disse Kelp, fissando le guardie di sopra il banco. «Vien voglia di dormire solo a guardarle.»

Anche Dortmunder sentiva una certa stanchezza. In un primo momento pensò che fosse la reazione emotiva, ma all'improvviso si riscosse e gridò: «Murch!».

Murch era semiadagiato sul banco e non si capiva bene se osservava le guardie o se intendeva mettersi a dormire con loro. Si tirò su, sorpreso dal grido di Dortmunder, e domandò: «Che c'è? Che c'è?».

«Il motore è ancora acceso?»

«Santo cielo, sì» esclamò Murch, sfrecciando verso la porta. «Vado a spegnerlo.»

«No, no» disse Dortmunder. «È meglio che stacchi il tubo di là.» Indicò con il fascio di luce la parete anteriore della roulotte, illuminando il punto attraverso il quale il tubo immetteva all'interno lo scarico dello scappamento. Dentro la banca si sentiva un pungente odore di garage, ma in un primo momento nessuno di loro aveva pensato che potevano cadere nella stessa trappola che avevano teso alle guardie. Sì, perché le guardie erano state addormentate dall'ossido di carbonio, e per poco i rapinatori non avevano fatto la stessa fine.

Murch uscì all'aria fresca, e Dortmunder disse a Kelp che sbadigliava incontrollabilmente: «Vieni, scarichiamo questi tipi».

«D'accordo, d'accordo, d'accordo.» Fregandosi gli occhi, Kelp seguì Dortmunder oltre il banco, e per i minuti successivi furono occupati tutti e due a portare fuori le guardie e a depositarle sull'erba del ciglio della strada. Quando ebbero finito, assicurarono la porta della roulotte, lasciandola aperta, aprirono le finestre e tornarono nella cabina del camion, dove trovarono Murch addormentato.

«Oh, svegliati» esclamò Dortmunder, e dette una gomitata a Murch facendogli sbattere la testa contro il finestrino.

«Ahi» fece Murch, guardandosi attorno e battendo le palpebre. «Che succede?» domandò, evidentemente chiedendosi dove si trovava.

«Filiamo» disse Kelp.

«Già» fece eco Dortmunder, chiudendo la portiera. «Filiamo.»

 

XXI

 

Alle due e cinque, la madre di Murch disse: «Eccoli che arrivano!». E corse alla macchina a prendere l'ingessatura. Se l'era appena messa e assicurata quando i fari comparvero in fondo allo stadio, e il camion e la banda attraversarono la grande distesa per fermarsi contro un filo sul quale era appesa della biancheria ad asciugare. Nel frattempo, Herman, Victor e May si erano preparati. Quello stadio, annesso a un liceo, era fatto a forma di ferro di cavallo, con una parte completamente aperta. A quell'ora di notte era senza sorveglianza. Le gradinate erano sui tre lati e l'edificio della scuola, oltre il lato aperto, era circondato da alberi ad alto fusto.

Murch aveva appena fermato il camion, che Victor già appoggiava una scaletta al retro della roulotte e Herman saliva sulla scaletta con un secchio in una mano e un pennello nell'altra. Nel frattempo, May e la madre di Murch, armate di giornali e di nastro adesivo, cominciavano a coprire tutte le parti che non andavano dipinte: finestre, stipiti cromati, maniglie.

C'erano anche altre scalette ed altri pennelli, e mentre Victor e Murch aiutavano le due signore ad applicare il nastro adesivo, Kelp e Dortmunder cominciavano a verniciare. Usavano della tempera verde chiaro, di quella che in genere si usa per le pareti interne e che può venir via con una semplice lavata. L'avevano scelta perché era la più veloce e la più semplice da applicare, copriva il fondo con un'unica mano e si asciugava molto più in fretta. Soprattutto all'aria aperta.

In cinque minuti, la banca non era più la banca. Aveva perso tutte le sue scritte e invece che bianca e azzurra era tutta di un bel verde pisello. Inoltre, aveva una targa del Michigan, più adatta a una roulotte che doveva apparire un'abitazione. Murch allontanò di qualche metro la ex banca, poi staccò il filo con i panni stesi e lo ripose nel camion che era stato rubato quel pomeriggio. Nel camion finirono anche le scalette, i secchi e i pennelli. Poi Herman, May, Dortmunder e la madre di Murch salirono sulla roulotte, le due signore con dei pacchi in mano, e Kelp portò via il camion rubato, seguito da Victor a bordo della Packard. Era stato Victor ad accompagnare là le due signore e sarebbe stato lui a riportare Kelp a casa, una volta seminato il camion.

Murch, che adesso era solo nella cabina, descrisse un'inversione di marcia e uscì dal campo di baseball. Ora guidava più lentamente e con maggiore cautela, un po' perché non c'era più fretta e un po' perché nella roulotte c'erano la sua mamma e i suoi amici.

Dentro la roulotte, May stava mettendo alle finestre le tendine che aveva preparato per tutta la settimana. La madre di Murch, invece, reggeva le due torce elettriche che erano la loro unica illuminazione e Dortmunder metteva a posto il caos, mentre Herman, accoccolato sul pavimento davanti alla cassaforte, la studiava e diceva: «Mmmmmmmh». Non aveva l'aria soddisfatta.

 

XXII

 

«Una banca non può sparire» disse il capitano Deemer.

«Sì, signore» rispose il tenente Hepplewhite.

Deemer tese le braccia, come se intendesse fare qualche esercizio ginnico e fletté le dita. «Non può volatizzarsi.»

«No, signore» disse il tenente Hepplewhite.

«Quindi, tenente, dobbiamo trovarla.»

«Sì, signore.»

Erano soli nell'ufficio del capitano, un'isola ingannevolmente tranquilla in quel mare di confusione: l'occhio del ciclone, in realtà. Oltre quella porta, gli uomini correvano avanti e indietro, scribacchiavano messaggi, sbattevano porte, facevano telefonate, avevano il mal di testa e il mal di stomaco. Oltre la finestra, la caccia alla banca era già in atto, con tutti gli agenti e tutte le autopattuglie disponibili, da quelle di Nassau Country a quelle di Suffolk Country. Era stato dato l'allarme anche alla polizia di New York dei quartieri di Queens e di Brooklyn, e ogni strada, ogni autostrada, ogni viottolo, erano sorvegliati. Non si poteva uscire da Long Island tranne che attraverso New York, non esistevano né ponti né gallerie verso nessuna altra parte del mondo. A quell'ora di notte, i traghetti per il Connecticut, da Port Jefferson e Orient Point, non funzionavano, e l'indomani mattina, non appena aperti, avrebbero avuto la loro parte di sorveglianza. La polizia locale e le autorità portuali di ogni punto dell'Island erano state avvertite ed erano pronte. Era sorvegliato anche l'aeroporto Mac Arthur.

«Li abbiamo imbottigliati» disse il capitano Deemer, cupo, avvicinando lentamente le mani come per strangolare qualcuno.

«Sì, signore» disse il tenente Hepplewhite.

«Adesso, non ci resta che stringere la rete!» E il capitano Deemer attaccò una mano all'altra, torcendole, come se stesse spezzando il collo a una gallina.

Il tenente Hepplewhite fece una smorfia. «Sì, signore.»

«E prendere quei figli di buona donna» continuò il capitano Deemer, scuotendo la testa da parte a parte. «Quei figli di buona donna che mi hanno tirato giù dal letto.»

«Sì, signore» disse il tenente Hepplewhite, abbozzando un sorriso amaro.

Perché era stato il tenente Hepplewhite a chiamare il capitano Deemer e a tirarlo giù dal letto. Non avrebbe potuto far altro. Anzi, era stata la cosa giusta da fare, e il tenente sapeva che il capitano non lo biasimava per questo. Eppure, il tenente Hepplewhite si sentiva nervoso al solo pensiero di aver svegliato il suo superiore.

Il tenente e il capitano erano molto diversi tra loro. Il tenente era giovane, snello, incerto, tranquillo e colto. Il capitano era sulla cinquantina, corpulento, tonto, chiassoso e illetterato. Ma avevano una cosa in comune: a nessuno dei due piacevano i guai. A questo riguardo usavano addirittura lo stesso linguaggio. «Mi raccomando, ragazzi, niente confusione» diceva il capitano ai suoi uomini durante il rapporto della mattina. E durante il rapporto della sera, il tenente diceva: «Mi raccomando, ragazzi, niente confusione. Non voglio dover svegliare il capitano». E se nessuno dei due era disposto a lasciarsi corrompere, era solo perché la corruzione poteva mettere a repentaglio la tranquillità.

Se avessero voluto la confusione, dopo tutto, la polizia di New York era a due passi. E la polizia di New York cercava sempre reclute.

Ma, nonostante questo, quella notte il tenente e il capitano avevano proprio e solo della confusione. Il capitano Deemer si allontanò dal tenente, borbottando: «Meno male che ero a casa». E andò a meditare sulla carta geografica dell'Island appesa al muro.

«Come dice, signore?»

«Non importa, tenente» rispose il capitano.

«Sì, signore.»

Suonò il telefono.

«Risponda, tenente.»

«Sì, signore.»

Hepplewhite parlò brevemente nel microfono, rimanendo in piedi vicino alla scrivania, dato che non osava sedersi in presenza del capitano, e poi pregò quello che aveva chiamato di aspettare. «Capitano, sono arrivati i responsabili della banca.»

«Li faccia entrare.» Il capitano continuò a meditare sulla carta geografica, e le sue labbra si muovevano senza emettere suono. Sembravano dire: "Basterà stringere la rete".

I tre uomini che entrarono sembravano una specie di campionario statistico esemplificativo dell'America. Vedendoli veniva fatto di chiedersi istintivamente come potevano essere collegati l'uno all'altro.

Il primo era corpulento, distinto, con capelli sale e pepe, vestito nero e cravatta dai colori scuri. Portava una borsa di pelle, e dal taschino della giacca gli sporgeva un grosso sigaro. Dimostrava cinquantacinque anni, aveva l'aria ricca e sembrava abituato a dare ordini.

Il secondo era tozzo, basso, con la giacca sportiva color senape, calzoni grigio scuro e cravatta a fiocchetto. Capelli biondi, tagliati a spazzola, gli facevano la testa quadrata. Aveva occhiali dalla montatura di tartaruga, toppe di pelle ai gomiti della giacca e una valigia marrone. Sulla quarantina, sembrava un esperto in qualcosa, anche se non era chiaro in che cosa.

Il terzo era altissimo e magrissimo, con i capelli lunghi fino alle spalle, grosse basette e baffi a manubrio. Non poteva avere più di venticinque anni e indossava un magliore giallo dal collo alto, blue-jeans attillati e scarpe da tennis bianche. Reggeva una borsa di tela grigia, simile a quelle usate dagli idraulici, che tintinnava tutte le volte che si muoveva. Continuava a sorridere e si molleggiava sulle gambe, come se sentisse della musica.

L'uomo corpulento si guardò attorno, abbozzando un sorriso incerto. «Capitano Deemer?»

Il capitano si voltò. «Sono io.»

«Mi chiamo George Gelding, e sono della banca.»

Il capitano si accigliò, irritato. «Quale banca?»

«La banca che è stata rubata» disse Gelding. «La banca che avete perso.»

Il capitano grugnì, come se fosse stato colpito al petto con una lancia, e chinò la testa, simile a un toro che avesse deciso di caricare.

Gelding indicò l'uomo con la cravatta a fiocchetto e ie toppe di pelle ai gomiti. «Questo è il signor Albert Docent» disse «della compagnia che ha venduto alla banca la cassaforte situata nella roulotte.»

Deemer e Docent si fecero un cenno di saluto, il capitano acido, Docent pensieroso.

«E questo» continuò Gelding, indicando il giovane capelluto «è il signor Gary Wallah, della Roarrierica Corporation, la compagnia che ha fornito la roulotte sulla quale avevamo installato la banca.»

«Trailer, non roulotte» lo corresse Wallah, sorridendo e molleggiandosi sulle ginocchia, senza scomporsi. «O, se preferisce, casa mobile.»

«Mobile, sì, questo è certo» fece Gelding, guardando il capitano. «Siamo venuti per offrirle tutte le informazioni che possono esserle utili.»

«Grazie.»

«E per chiedere se ci sono stati degli sviluppi.»

«Li abbiamo imbottigliati» dichiarò il capitano, cupo.

«Davvero?» esclamò Gelding, sorridendo allegramente e facendo un passo avanti. «Dove?»

«Qui» rispose il capitano, picchiando sulla carta geografica il dorso della mano carnosa. «È solo questione di tempo.»

«Intende dire che ancora non sa esattamente dove sono?»

«Sono sull'Island.»

«Ma non sa dove.»

«È solo questione di tempo!»

«All'incirca si tratta di centocinquanta chilometri» disse Gelding, senza neppure tentare di addolcire il tono. «Centocinquanta chilometri da New York fino a Long Island e Montauk Point. In certi punti, l'Island è larga trenta chilometri. In altri è più larga di Rhode Island. Ed è questa la zona nella quale li avete imbottigliati

Nei momenti di nervosismo, gli occhi del capitano tendevano a chiudersi, a riaprirsi, a richiudersi lentamente, a sbarrarsi di nuovo, e così via. Sembrava quasi che ammiccasse, in quei momenti, e quando era giovane, con quel trucco aveva conquistato più di una ragazza. Anzi, ancora oggi gli tornava utile.

Ma in quel momento non c'erano ragazze in giro. «Il punto è» disse il capitano al banchiere «che non possono uscire dall'Island. La zona è grande, ma prima o poi la perquisiremo tutta.»

«Nel frattempo, che cosa farà?»

«Fino a domani mattina» rispose il capitano «l'unica cosa da fare è pattugliare le strade, nella speranza di trovarli prima che si mettano al riparo.»

«Sono quasi le tre di notte, ed è passata più di un'ora da quando la banca è stata rubata. Ormai saranno già al riparo.»

«Forse. All'alba, metteremo in azione altri agenti. Guarderemo dentro le baracche abbandonate, le fabbriche in disuso e gli edifici deserti di tutta l'Island. Controlleremo e ricontrolleremo le strade senza uscita, i boschi, le campagne.»

«Capitano, parla di un'operazione per effettuare la quale ci vorrà un mese.»

«No, signor Gelding. Da domani mattina saremo aiutati nelle ricerche anche dai boy-scouts, dai volontari dei pompieri e da altre organizzazioni locali. Useremo gli stessi gruppi e le stesse tecniche che usiamo quando si perde un bambino.

«La banca» rispose Gelding, gelido «è un po' più grande di un bambino perduto.»

«Questo può solo tornare utile» dichiarò il capitano Deemer. «Saremo aiutati, inoltre, dalla Pattuglia Aerea Civile, che batterà i cieli.»

«Batterà i cieli?» la frase del capitano parve sbalordire Gelding.

«Le ho detto che li abbiamo imbottigliati» dichiarò il capitano Deemer, alzando la voce e abbassando la palpebra sinistra. «E le ho detto che è solo questione di tempo. Basterà stringere la rete!» E ripeté il gesto come se volesse strangolare una gallina. Il tenente Hepplewhite fece un'altra smorfia.

«E va bene» disse Gelding, poco convinto. «Date le circostanze, ammetto che fate quello che potete.»

«Tutto quello che possiamo» convenne il capitano, e spostò l'attenzione su Gary Wallah, l'uomo della fabbrica di trailer. L'idea di dover considerare un alleato un tipo con l'aspetto di Gary Wallah faceva rabbrividire il capitano, che ritirò la testa fra le spalle e batté freneticamente le palpebre. «Mi parli di quella roulotte» disse, e nonostante le sue migliori intenzioni la frase uscì come se invece avesse detto: «Contro il muro, ragazzo, e mani in alto.» (Quando era in divisa, il capitano non usava mai il torpiloquio.)

«È un trailer» disse Wallah. «Non una roulotte. Le roulottes sono molto più piccole. Noi li chiamiamo trailer, quelli uguali al veicolo che ospitava la banca.»

«Non me ne importa come li chiamate, ragazzo» disse il capitano, senza più neanche tentare di controllare la voce. «Per quanto mi riguarda, può chiamarli anche Boeing 747. Me la descriva e basta.»

Wallah rimase silenzioso per qualche secondo, guardandosi attorno con un sorrisetto sulle labbra. Alla fine annuì e disse: «D'accordo. Questa volta sono qui per collaborare e lo farò».

Il capitano Deemer strinse le labbra per non dire neppure una delle molte cose che gli erano venute in mente. Ricordò a se stesso che non doveva antagonizzare le persone che erano venute per dargli una mano, e aspettò con controllata impazienza che quel fetente hippy drogato, arrogante, sovversivo, figlio d'un cane bastardo, dicesse quello che aveva da dire.

Con tono distaccato, Wallah esclamò: «Quella che la Roamerica ha ceduto alla banca era una versione modificata del nostro Remuda. Lunga quindici metri e larga quattro, in genere è composta da due o tre camerette da letto in svariati stili, ma per lo più coloniale o western. In questo caso è stata consegnata alla banca senza divisori interni e senza le solite attrezzature per la cucina. Abbiamo incluso solo il bagno. Cioè, il lavandino e il resto, senza piastrelle. L'unica vera modifica effettuata dalla fabbrica è stato il sistema d'allarme inserito nelle pareti, nel pavimento e nel tetto del veicolo. Inoltre, abbiamo rafforzato il pavimento e la parete posteriore. È questo che voleva sapere, capitano?»

Invece di rispondere direttamente, il capitano Deemer guardò il tenente Hepplewhite per vedere se stava prendendo appunti come avrebbe dovuto; sì, il tenente prendeva appunti, ma non come avrebbe dovuto: invece di essere seduto alla scrivania come un normale essere umano, era in piedi, chino sul ripiano, con la matita che volava sulla carta. «Accidenti, tenente» urlò il capitano «si metta a sedere prima che le venga uno strappo alla spina dorsale!»

«Sì, signore.» Il tenente si lasciò cadere sulla sedia.

«Ha scritto tutto, finora?» domandò il capitano.

«Sì, signore.»

«Bene. Continui, figlio di...»

Wallah inarcò le sopracciglia e torse la bocca. «Prego?»

«Niente» rispose il capitano, con voce roca. «Continui.»

«Non ho molto da dire. Il veicolo era completo di impianto elettrico, che era stato collegato ai pali della luce. Era completo anche di riscaldamento. Le tubature del bagno erano collegate, attraverso il pavimento, agli scarichi municipali. La Roamerica ha consegnato il veicolo sul posto, ha completato tutti i collegamenti, poi ha tolto le ruote e...»

«Ha tolto le ruote?» L'occhio sinistro del capitano era completamente chiuso, adesso, forse per sempre.

«Certo» disse Wallah. «Lo facciamo sempre, quando i nostri veicoli vengono usati per...»

«Intende dirmi che quella maledetta roulotte non aveva le ruote

«Trailer. E natu...»

«Roulotte!» strillò il capitano. «Roulotte, una maledetta roulotte! E se non aveva le ruote, come hanno fatto a portarla via?»

Nessuno rispose. Il capitano rimase ad ansare in mezzo alla stanza, la testa ritratta fra le spalle, come un toro dopo che il matador ha finito di punzecchiarlo. Teneva l'occhio sinistro ancora chiuso, e la palpebra destra cominciava a battere.

Il tenente Hepplewhite si schiarì la gola. Tutti trasalirono, come se fosse scoppiata una bomba a mano, e tutti si voltarono verso di lui. Con voce esile, il tenente suggerì: «Con un elicottero?».

Gli altri continuarono a guardarlo. Passarono molti secondi, lentamente, poi il capitano disse: «Lo ripeta, Hepplewhite».

«Elicottero, signore» rispose il tenente Hepplewhite con la stessa voce esile. E poi, esitante, ma in fretta, aggiunse: «Non potrebbero aver usato un elicottero e calato delle corde per agganciare...».

Il capitano fece scintillare l'unico occhio aperto. «...e portato la roulotte via dall'Island» finì per il tenente.

«Troppo pesante» disse Wallah. Aprì la borsa di tela grigia ed estrasse un trailer in miniatura. «Ecco un modello in scala del Remuda» continuò. «Si ricordi che è lungo quindici metri. Questo è rosa e bianco, quello era azzurro e bianco.»

«Il colore lo vedo» grugnì il capitano. «È sicuro che sia troppo pesante?»

«Non ci sono dubbi.»

«Io un dubbio ce l'ho» dichiarò il capitano. Sembrava quasi che avesse intenzione di arrestare il modellino della roulotte. Se lo passava da una mano all'altra, irritato, la fronte corrugata. Alla fine disse al tenente Hepplewhite: «Telefoni all'Aeronautica. Chieda se un elicottero è in grado di sollevale una roulotte».

«Sì, signore.»

«E si metta in contatto con qualcuno dei nostri uomini presenti sulla scena del crimine. Dica che sveglino i vicini e che tentino di scoprire se qualcuno ha sentito un elicottero, stanotte.»

«Le dico che è troppo pesante» esclamò Wallah «e troppo lunga. Impossibile.»

«Lo decideremo noi» rispose il capitano. «Tenga, riprenda quest'affare.»

Wallah riprese il modellino. «Pensavo che potesse interessarle.»

«Mi interessa solo quello vero.»

«Esatto» disse il banchiere Gelding.

Il tenente Hepplewhite stava mormorando al telefono. Il capitano disse: «Insomma, se non l'hanno portata via con l'elicottero, come hanno fatto? E le ruote che avete tolto, dove sono adesso?»

«Nel deposito della nostra fabbrica di Brooklyn» rispose Wallah.

«È sicuro che siano ancora là?»

«No.»

Il capitano gli puntò addosso l'unico occhio aperto, con odio. «Non è sicuro che siano ancora là?»

«Non ho controllato. Ma quelle non sono le uniche ruote del mondo. I rapinatori possono essersene procurate delle altre.»

«Scusi, signor Wallah» disse il tenente Hepplewhite.

Wallah lo guardò, sorpreso e divertito... probabilmente perché era stato chiamato "signore".

«Il sergente vorrebbe parlare con lei.»

«Certo» rispose Wallah, prendendo il microfono. Tutti lo fissarono, mentre diceva: «Che c'è, amico?».

Il capitano voltò risolutamente le spalle, e mentre il tenente rispondeva all'altro telefono, che improvvisamente s'era messo a suonare, il capitano disse a Gelding: «Non si preoccupi. Non ha importanza il metodo che hanno usato, li acciufferemo comunque. Non si può rubare un'intera banca e cavarsela.»

«Spero proprio di no.»

«Signore!»

Il capitano si voltò verso il tenente. «Che c'è, adesso?»

«Signore, la banca era appoggiata su fondamenta formate da blocchi di cemento. I nostri uomini presenti sulla scena hanno trovato dei residui di materia plastica in cima ai blocchi.»

«Residui di materia plastica in cima ai blocchi?»

«Sì, signore.»

«E hanno deciso d'informarci.»

Il tenente batté le palpebre. Teneva ancora il telefono all'orecchio. Vicino a lui, Gary Wallah parlava all'altro apparecchio col sergente dell'aviazione. «Sì, signore» disse il tenente.

Il capitano annuì, tirando un respiro profondo. «Li ringrazi» disse con voce controllata, poi si voltò verso Albert Docent, quello della fabbrica di casseforti, che ancora non aveva contribuito in alcun modo alla situazione. «Be', e lei che cos'ha da dirmi?»

e Che ci metteranno un sacco di tempo ad aprire la cassaforte» rispose Docent. Sopra la cravatta a fiocchetto, la sua espressione era intelligente, serena, quasi allegra.

L'occhio sinistro del capitano tremò un poco, come se potesse aprirsi da un momento all'altro. «Davvero?» domandò il capitano.

Gary Wallah disse: «Il sergente vuole parlare con uno di voi» tendeva il telefono indiscriminatamente verso il capitano Deemer e il tenente Hepplewhite.

«Risponda lei, tenente.»

«Sì, signore.»

Di nuovo, rimasero tutti a guardare e ad ascoltare, mentre Hepplewhite parlava col sergente. La sua parte della conversazione era composta soprattutto di: «Mh mhh». E: «Ma davvero?». Ma gli altri continuarono ugualmente a guardare e ad ascoltare. Alla fine, il tenente riattaccò. «Non possono aver usato un elicottero.»

«Ne sono sicuri?» disse il capitano.

«Sì, signore,»

«Bene» esclamò il capitano. «Allora sono ancora sull'Island, come dicevo io.» Riportò di nuovo lo sguardo su Docent, quello delle casseforti. «Stava dicendo?»

«Stavo dicendo» rispose Docent «che si accorgeranno che non è facile aprire quella cassaforte. È una delle più moderne, costruita con i metalli più resistenti al calore e all'esplosivo. I metalli di questo tipo, studiati per la guerra nel Vietnam, sono risultati un beneficio per la nostra...»

«Oh, mamma» fece Gary Wallah.

Docent si voltò verso di lui, deciso ma sereno. «Dico solo che le ricerche sono state stimolate da...»

«Oh, mamma. Dico solo, oh, mamma.»

«So già che cosa pensa, e le assicuro che non sono in disaccordo con lei...»

«Oh, mamma.»

«Un momento!» intervenne George Gelding, che si era messo sull'attenti e aveva la faccia rossa fino alla radice dei capelli. «In un momento in cui una o più persone sconosciute hanno rubato una succursale della nostra banca e i nostri coraggiosi ragazzi muoiono lontani dalla patria, sui campi di battaglia, per proteggere i diritti di quelli che...»

«Oh, mamma-mamma.»

«Be'» fece Docent «diciamo che la verità sta sempre nel mezzo.»

«Mi sembra di vederle, quelle bare coperte dalla nostra bandiera, di sentire i genitori dei caduti, nelle case e nelle fattorie d'America...»

«Oh, mamma-mamma-mamma.»

Il capitano Deemer li fissava con aria stupefatta. Urlò: «Zitti!» per attirare la loro attenzione, dato che adesso parlavano tutti e tre contemporaneamente... ma voleva davvero che stessero zitti? Se smettevano di parlare, avrebbero riportato l'attenzione sul capitano, e il capitano non era sicuro di desiderarlo.

In mezzo al pandemonio, suonò il telefono. Il capitano Deemer sentì il tenente Hepplewhite rispondere, ma senza troppo interesse. Probabilmente, questa volta gli agenti sul posto volevano fare rapporto su qualche altro materiale plastico trovato. Probabilmente nelle loro orecchie.

Ma Happlewhite gridò: «Qualcuno l'ha vista!». E la discussione si fermò immediatamente, come se ognuno avesse spento una radio. Tutti - perfino il capitano - fissavano Hepplewhite, seduto alla scrivania con il ricevitore in mano, a sorridere allegramente, eccitato.

Gelding disse: «Be'? Be'?».

«Un barista» rispose Hepplewhite «che aveva appena chiuso per la notte. L'ha vista passare un quarto alle due. Ha detto che filava come un diretto. E ha detto che era trainata da un camion.»

«Un quarto alle due?» disse il capitano. «E perché non ha denunciato la cosa prima?»

«Non ha sospettato niente, in un primo momento. Abita nel Queens, e il camion con la roulotte lo ha superato a un incrocio. Solo dopo ha saputo quello che era successo e ha parlato con i nostri agenti.»

«Dove?»

«All'Union Turnpike. I nostri uomini hanno un blocco stradale, là, e...»

«No» disse il capitano Deemer. Poi, paziente, aggiunse: «Dove è stata vista la banca?».

«Oh. A Cold Spring.»

«Cold Spring, Cold Spring.» Il capitano corse alla carta geografica, la guardò, trovò Cold Spring. «Proprio sul confine della contea. Non tentano di uscire dall'Island. Si dirigono dalla parte opposta, verso Huntington.» Si girò di scatto. «Spedisca tutte le unità da quella parte, tenente, subito. Comunichi che la roulotte è stata vista all'una e quarantacinque nelle vicinanze di Cold Spring.»

«Sì, signore.» Hepplewhite parlò brevemente nel telefono, interruppe la comunicazione e chiamò la sala agenti.

Gelding disse: «Sembra soddisfatto, capitano. Buon segno, eh?»

«Altroché. Ora, se riusciamo ad acciuffarli prima che aprano la cassaforte e abbandonino la banca...»

«Non credo che debba preoccuparsi per questo, capitano» disse Albert Docent. Nella discussione, la cravatta a fiocchetto si era messa sbilenca, ma lui, calmo, la raddrizzò.

Il capitano Deemer lo guardò. «Perché no?»

«Le stavo dicendo che sono stati fatti passi da gigante nella costruzione delle casseforti» disse Docent. Guardò Wallah, che non fece commenti, riportò lo sguardo sul capitano e continuò: «Ammesso che i rapinatori siano in possesso di un materiale capace di aprire quella cassaforte senza distruggere il contenuto... come ad esempio nitroglicerina, acido, raggio laser, trapano con la punta di diamante... ci metteranno un minimo di ventiquattro ore per aprirla.»

Il capitano Deemer sorrise, allegro per la prima volta da quando aveva avuto la notizia della rapina.

«Capitano» esclamò il tenente. Era di nuovo eccitato.

Il capitano Deemer trasferì il sorriso su di lui. «Sì, Hepplewhite?»

«Hanno trovato le sette guardie.»

«Davvero? Dove?»

«Addormentate in Woodbury Road.»

Il capitano si stava già voltando verso la carta geografica, ma si fermò e riportò lo sguardo sul tenente, accigliato. «Addormentate?»

«Sì, signore. In Woodbury Road. Sul ciglio della strada.»

Il capitano Deemer guardò Albert Docent. «Quelle ventiquattro ore ci serviranno» dichiarò.

 

XXIII

 

«Oh, certo che posso farcela» disse Herman. «Non è questo il punto.»

«Spiegami qual è, allora» rispose Dortmunder «perché muoio dalla voglia di saperlo.»

Adesso si erano sistemati. Murch li aveva portati in uno spiazzo dietro il Wanderlust Trailer Park, una specie di villaggio di nomadi subito dopo Long Island. I proprietari del Wanderlust vivevano altrove, in una casa vera e propria, e così non si sarebbero accorti della presenza della roulotte fino all'indomani mattina. In quanto agli occupanti delle altre roulottes, qualcuno di loro poteva essere stato svegliato dal rumore del motore che passava davanti alle loro abitazioni, ma nei parcheggi come quello la gente arriva a tutte le ore del giorno e della notte.

Adesso Murch se n'era andato con il camion, che avrebbe abbandonato a una ventina di chilometri di là, nello stesso punto in cui avevano nascosto la giardinetta Ford che avrebbero usato per andarsene una volta aperta la cassaforte. May e la madre di Murch avevano finito di dare un aspetto accogliente alla roulotte, e adesso toccava a Herman lavorare alla cassaforte, nella speranza che riuscisse ad aprirla prima che Murch tornasse con la Ford. Solo che Herman diceva che non era facile.

«Il punto» spiegò Herman «è il tempo. Questo tipo di cassaforte non lo conosco. Il metallo è diverso, la serratura è diversa, la porta è diversa, tutto è diverso.»

«Ci metterai più del previsto, insomma» suggerì Dortmunder.

«Sì.»

«Possiamo aspettare» fece Dortmunder, guardando l'orologio. «Non sono ancora le tre. Se riusciamo ad andarcene per le sei, sei e mezzo, andrà tutto bene.»

Herman scosse la testa.

Dortmunder si voltò a guardare May. Si muovevano ancora alla luce delle torce, ed era difficile decifrare l'espressione di May, ma non lo era decifrare quella di Dortmunder. «Spero che la situazione non si complichi» disse Dortmunder.

«Herman» esclamò May, avvicinandosi con la sigaretta che ballonzolava nell'angolo della bocca. «Herman, parla chiaro. È grave?»

«Già» disse Herman.

«Grave fino a che punto?»

«Diciamo che è gravissimo.»

«Quanto ci metterai ad aprire la cassaforte?»

«Tutto il giorno.»

«Che meraviglia» esclamò Dortmunder.

Herman lo guardò. «Sono seccato quanto te. Ci metto dell'orgoglio, nel mio lavoro.»

«Ne sono sicura, Herman» disse May. «Ma il punto è, prima o poi l'apri, vero?»

«Sì, se ho tempo. Quando abbiamo deciso il colpo, mi è stato detto che avrei avuto tutto il tempo che volevo.»

«Non siamo riusciti a trovare un posto in cui nascondere questa maledetta roulotte» esclamò Dortmunder. «Non abbiamo potuto fare altro che verniciarla, mettere le tendine alle finestre e sistemarla in questo campeggio. Domani mattina la troveranno, ma così come l'abbiamo camuffata, cominceranno a farsi delle domande solo quando noi saremo al largo. Se, però, ce ne andiamo per le sei, sei e mezzo.»

«Allora ce ne andiamo senza i quattrini» disse Herman.

May si voltò verso Dortmunder. «Perché dobbiamo andarcene?»

«Perché troveranno la roulotte.»

La madre di Murch si fece avanti con le torce elettriche. «E perché?» domandò. «È come la Lettera rubata. Abbiamo nascosto la roulotte in un campeggio per roulottes. Abbiamo cambiato il colore, abbiamo sostituito la targa, abbiamo messo le tendine alle finestre. Come faranno a scoprirci?»

«A una certa ora di domani mattina» disse Dortmunder «il proprietario o il direttore di questo posto faranno un giro e si accorgeranno che la roulotte non è mai stata qui. E così busseranno alla porta. E daranno un'occhiata dentro.» Dortmunder agitò una mano, per indicare quello che il proprietario o il direttore avrebbero visto.

La madre di Murch sapeva già che cosa c'era dentro la roulotte, ma, ubbidiente, fece girare il raggio di luce della torcia. «Mmmmmh.» Non era molto incoraggiante. Le roulottes sono arredate con gli stili più diversi, dal coloniale al francese, dallo spagnolo al vittoriano, ma nessuna, fino a quel momento, era mai stata arredata come una banca.

May strizzò l'occhio, per proteggerselo dal fumo della sigaretta. «E se pagassimo l'affitto del terreno?»

La guardarono tutti. Dortmunder disse: «Ho paura di non aver capito».

«Sta' a sentire» fece lei. «Questo campeggio è semivuoto. Guarda fuori dalla porta e vedrai. C'è posto per almeno altre cinque o sei roulottes. Perciò, perché non restiamo qui, e quando arriva il proprietario, domani mattina, gli paghiamo l'affitto del terreno? Magari per un paio di giorni. O, se vuole, per una settimana.»

«Non è male, come idea» disse Herman.

«Ma certo» esclamò la madre di Murch. «Allora è veramente come la Lettera rubata. Cercheranno la roulotte da tutte le parti, e noi ce ne staremo qui tranquilli, in mezzo a un campeggio di altre roulottes.»

«Non so che cosa sia quella lettera rubata che dici» fece Dortmunder «ma so che cos'è una rapina. Non... quando si vuota una banca, dopo non ci si vive dentro. Si va da qualche altra parte. Voglio dire... è così che si usa.»

«Aspetta un momento, Dortmunder» esclamò Herman. «Ancora non l'abbiamo vuotata. Questa maledetta cassaforte è difficile. Se restiamo qui, possiamo allacciarci all'elettricità, posso usare degli attrezzi decenti e posso fare il mio lavoro su quella figlia di... mh, sulla cassaforte.»

Dortmunder si accigliò, guardandosi attorno. «Mi innervosisce, stare qui» disse. «Non so spiegarvelo in altro modo, forse sono all'antica, ma mi innervosisce.»

«Non è da te rinunciare» disse May. «Non è nel tuo stile.»

Dortmunder si grattò la testa e si guardò di nuovo attorno. «Lo so. Ma questa non è una rapina tradizionale, si entra, si prende quello che si vuole, si va via. Non si mette su casa.»

«Per un giorno solo» fece Herman. «Finché non riesco ad aprire la cassaforte.»

Dortmunder continuò a grattarsi, poi all'improvviso smise e disse: «E i collegamenti? Voglio dire, gli allacciamenti con l'elettricità e l'acqua? Se volessero entrare, quando li effettuano?».

«Non abbiamo bisogno dell'acqua» disse la madre di Murch.

«Dopo un po' ne avremo bisogno.»

May esclamò: «Devono metterla, l'acqua. È una legge dell'ufficio d'igiene».

«Visto?» disse Dortmunder.

«Lo faremo noi stessi» intervenne Herman.

Dortmunder lo guardò, seccatissimo. Tutte le volte che lui esprimeva il concetto dell'Impossibile, qualcun altro saltava fuori con un suggerimento. Domandò: «Che cosa intendi dire?».

«Effettueremo noi gli allacciamenti» spiegò Herman. «Tu, io e Murch. Anzi, possiamo metterci al lavoro subito. Poi, quando è fatta, e domani mattina arriva il direttore, esce la signora Murch, oppure esce May, qualcuno, e paghiamo quello che c'è da pagare. E se il direttore vuole sapere come mai abbiamo già effettuato gli allacciamenti, gli spieghiamo che siamo arrivati di notte, che non volevamo disturbare nessuno e che abbiamo provveduto personalmente.»

«Sapete» disse May «se smontiamo il banco e mettiamo questa metà sopra l'altra metà, allora possiamo aprire la porta e quelli che sono fuori non vedono niente di strano. Sembrerebbe il corridoio di una roulotte.»

La madre di Murch disse: «Laggiù, potremmo anche levare di mezzo quella roba e prendere quella sedia e quell'altra sedia e il tavolo, e metterli qui, in modo che se c'è una persona fuori, che cosa vedrebbe?».

«Un disastro» fece Dortmunder.

«No, un tavolo per la colazione» dichiarò decisamente la madre di Murch.

«Non possono perquisire tutte le roulottes di Long Island» disse Herman. «Possono anche venire nei campeggi, i poliziotti, ma...»

«Lo sai benissimo che verranno» disse Dortmunder.

«Ma cercheranno forse una roulotte verde con la targa del Michigan e le tendine alle finestre e un paio di simpatiche signore di mezza età che rispondono quando qualcuno bussa?»

«E che cosa facciamo se chiedono di entrare?»

«No, agente» disse May «mia sorella è appena uscita dalla doccia.»

«Chi è, Myrtle?» esclamò la madre di Murch con la voce in falsetto.

«Due agenti di polizia» strillò May, in risposta. «Vogliono sapere se stanotte abbiamo visto passare una banca.»

«Voi due signore sareste accusate di complicità» disse Dortmunder. «E finirete i vostri giorni nella lavanderia di un penitenziario di Stato.»

«Penitenziario Federale» disse la madre di Murch. «Le rapine cadono sotto le leggi federali.»

«Non preoccuparti» disse May. «Abbiamo previsto tutto.»

«Non sai quanti tipi ho conosciuto, in galera, che hanno affermato la stessa cosa» fece Dortmunder.

Intervenne Herman. «Be', io resto, questo è certo. Quella maledetta cassaforte è una sfida, per me.»

«Restiamo tutti» dichiarò May, poi guardò Dortmunder. «Vero?»

Dortmunder sospirò.

«Arriva qualcuno» disse Herman.

La madre di Murch spense le torce. Adesso l'unica luce proveniva dalla sigaretta di May. Sentirono avvicinarsi la macchina, videro i fari spazzare le finestre. Il motore si fermò, la portiera si aprì e si richiuse, e qualche secondo dopo la porta della banca si spalancò e Murch cacciò dentro la testa. «Fatto?» domandò.

Dortmunder sospirò di nuovo, mentre la madre di Murch riaccendeva le torce. «Entra, Stan» disse Dortmunder. «Dobbiamo parlare.»

 

XXIV

 

Victor disse:

"Dortmunder sorvegliava l'operazione coni i suoi occhi d'acciaio. Le ruote erano ormai sotto la banca. La sua banda, composta da uomini abili, disperati, con i cappelli calati sulla fronte, aveva lavorato con lui sotto la coltre della notte per installare quelle ruote, per trasformare quella banca dall'aspetto innocente in un...

 

MECCANISMO DI AVIDITÀ!

 

"Anch'io ero stato uno di quegli uomini, come ho riferito nel racconto precedente, Ruote di Terrore!, di questa stessa serie. E adesso, era arrivato il momento finale, il momento che aveva riempito tutti i nostri pensieri per tutti quei giorni e per tutte le settimane di preparativi.

"'Ci siamo' sibilò Dortmunder. 'Stasera avremo la nostra ricompensa.'

"'Sì, capo' sussurrò ansiosamente Kelp, la faccia piena di cicatrici contorta in un sorriso spietato.

"Reprimetti un brivido, nel vedere quel sorriso. Se i miei compagni avessero saputo la verità su di me, quel sorriso avrebbe avuto ben altro significato! Non sarei sopravvissuto a lungo, con quella banda di delinquenti disperati, pronti a tutto, se avessero conosciuto la mia vera identità. Secondo loro ero McGonigle Boccastorta, evaso da Sing Sing, un tipo duro, nemico della legge. Avevo già usato due volte il travestimento di McGonigle, una per catturare il maligno Spettro dei garage, e una per infiltrarmi tra i criminali dello stesso penitenziario di Sing Sing, quelli che avevano ucciso Sam Triste Sassanack e adesso si proteggevano l'un l'altro. Anche quest'avventura è già stata raccontata, con il titolo Bruti dietro le sbarre.

"E adesso, ero di nuovo Boccastorta, e facevo il mio dovere agli ordini di Dio e della Nazione come...

 

AGENTE SEGRETO J-27!

 

"Nessuno degli uomini di Dortmunder aveva visto la mia vera faccia. Nessuno conosceva il mio vero nome. Nessuno sapeva..."

 

«Victor?»

Victor trasalì, lasciando cadere il microfono. Si girò sulla sedia, vide Stan Murch nell'apertura della libreria, incorniciato dalla notte che aveva alle spalle. Victor era ancora così immerso nella sua storia che rabbrividì, rendendosi conto di avere davanti uno degli uomini di Dortmunder.

Murch avanzò di un passo, preoccupato. «Ti senti male, Victor?»

«No, no» rispose Victor con voce tremante, scuotendo la testa. «È che... mi hai spaventato» aggiunse in tono lamentevole.

«Me l'ha detto Kelp che probabilmente ti avrei trovato qui» fece Murch. «È per questo che sono venuto.»

«Sì, certo» rispose Victor. Poi abbassò lo sguardo, vide che il registratore andava ancora e lo spense. «Infatti, sono qui» mormorò.

«È sorto un problema, alla banca» disse Murch. «Dobbiamo riunirci di nuovo.»

«Dove?» domandò Victor.

«Alla banca.»

«Sì, ma dov'è la banca?» fece Victor, perplesso. L'ultima volta che aveva visto la banca era in un campo di baseball vicino a una scuola e non sapeva dove l'avevano portata per il resto della notte.

«Seguimi con la tua macchina» disse Murch. «Sei pronto?»

«Credo di sì» disse Victor, incerto, guardando il suo garage. «Ma che cos'è successo?» domandò, in ritardo.

«A sentire Herman la cassaforte è di nuovo tipo e gli ci vorrà tutto il giorno per aprirla.»

«Tutto il giorno!» esplose Victor, sbalordito. «Ma la polizia...»

«Vogliamo organizzarci appunto per questo» disse Murch. E poi aggiunse: «Abbiamo fretta, Victor, perciò se vuoi...».

«Oh, certo!» rispose Victor, balzando in piedi. Poi prese il piccolo registratore e il microfono e se li cacciò in tasca. «Sono pronto» dichiarò.

Se ne andarono, dopo che Victor ebbe spento con cura le luci e chiuso la porta, e raggiunsero il vialetto buio. Mentre Murch saliva sulla giardinetta parcheggiata là, Victor attraversò di corsa la strada per raggiungere un garage che aveva affittato da un vicino e nel quale teneva la sua Packard. Il garage era molto più moderno del suo, con una porta che funzionava elettronicamente e che Victor poteva alzare o abbassare toccando un pulsante nel cruscotto della macchina. Da molti mesi, Victor cercava di mettere insieme il coraggio sufficiente per chiedere al vicino il permesso di effettuare dei lavori sulla parte esterna dell'edificio, ma fino a quel momento non si era ancora deciso. Avrebbe voluto trasformare la facciata in modo che il garage sembrasse un magazzino abbandonato, senza porte. Ma c'erano due difficoltà. Primo, Victor non sapeva che scusa trovare col vicino per spiegare il suo desiderio di apportare quei cambiamenti, e, secondo, un magazzino apparentemente abbandonato sarebbe parso decisamente fuori posto in quel quartiere... soprattutto nel giardino di una casa. Ma nonostante questo era una bella idea, e Victor era convinto che prima o poi sarebbe riuscito a trovare una soluzione.

Di notte, comunque, l'effetto era buono anche con l'edificio così com'era. Victor entrò attraverso la porta laterale del garage, accese la fioca lampadina rossa che aveva installato in un angolo del muro e a quella illuminazione da acquario tolse la copertura di plastica dalla Packard, la piegò con cura, come se fosse stata una bandiera, poi la ripose su una mensola. Alla fine salì in macchina, tirò fuori di tasca il registratore e il microfono e li posò sul sedile accanto a sé, mettendo in moto il motore. La Packard brontolò sommessa, ma in quello spazio ristretto il brontolio pareva minaccioso. Sorridendo tra sé, Victor accese solo i fari di posizione e premette il pulsante che faceva aprire la porta principale. Sentendosi il protagonista di un dramma, schiacciò l'acceleratore e infilò la Packard nella notte, poi premette di nuovo il bottone e attraverso lo specchietto retrovisivo vide richiudersi la porta dietro di sé, con la luce rossa che si stringeva a poco a poco, cominciando dall'alto per poi scomparire completamente. Solo allora Victor accese i fari più alti.

Murch sembrava impaziente. Faceva rombare il motore della giardinetta rubata, e non appena la Packard e Victor comparvero sulla strada, sfrecciò via come un diretto. Victor lo seguì a una velocità più controllata, ma ben presto si rese conto che se voleva stare dietro a Stan doveva accelerare.

La prima volta che si fermarono per un semaforo rosso, Victor fece girare per un po' all'indietro il nastro del registratore, trovò il punto in cui aveva interrotto il suo racconto e riprese di là, dettando nel microfono mentre seguiva Murch e la sua giardinetta attraverso Long Island:

"Nessuno dei delinquenti di Dortmunder aveva mai visto la mia faccia. Nessuno conosceva il mio vero nome. Nessuno sapeva la verità su di me, e se fosse stato il contrario avrei potuto considerarmi un uomo morto!

"Adesso, Dortmunder annuì soddisfatto, stringendo gli occhi d'acciaio. 'Tra quarantott'ore', ruggì con voce maligna, 'quella banca sarà nostra! Niente può più fermarci!'"

 

XXV

 

«Se punti la luce della torcia da questa parte» disse Herman «il lavoro andrà molto più svelto.»

«Certo» fece Kelp, aggiustando la mira. «Cercavo di nascondere la luce con il mio corpo.»

«Be', non nasconderla a me.»

«Okay.»

«E non respirarmi sul collo a questo modo.»

«D'accordo» disse Kelp, spostandosi di qualche centimetro.

All'improvviso, nella testa di Herman si verificò il replay di una pubblicità televisiva che aveva visto anni prima: Certo, sei irritabile. E chi non lo sarebbe? Ma non prendertela con lui. Prendi... Prendi che cosa? Qual era il prodotto? A senso, doveva essere la droga, ma probabilmente non lo era.

La distrazione di quella catena di pensieri fu un interludio piacevole che durò tre o quattro secondi e che calmò Herman quanto lo avrebbe calmato il prodotto che non ricordava più. Herman respirò a fondo, lentamente, per tranquillizzarsi ancora di più e riportò l'attenzione sul lavoro.

Era accoccolato, come un guerriero Masai, di fronte a una scatola di metallo nero che emergeva dal terreno direttamente davanti alla banca. In quella scatola terminavano le condutture dell'acqua e quella dell'elettricità e in quel momento Herman aveva un compito piuttosto semplice: togliere il lucchetto dal coperchio e aprire la scatola. E ci stava mettendo troppo.

«In genere» disse Herman, parlando con più gentilezza di prima, ma con una traccia di irritazione che ancora non riusciva a cancellare «sono molto abile con i lucchetti.»

«Certo» fece Kelp. «Naturalmente.»

Il lucchetto tintinnò e sferragliò tra le lunghe dita affusolate di Herman. «Colpa della cassaforte. Ha scosso la sicurezza che avevo in me stesso.»

«Sei ancora il migliore» disse Kelp, non in tono incoraggiante, ma normale, come se avesse fatto un commento sul tempo.

Il lucchetto sfuggì dalle dita di Herman e andò a sbattere contro il coperchio di metallo. «Sono molto bravo anche nell'autocritica» disse Herman con la voce che ricominciava a tremare per la rabbia. «So prendermi le misure e...» alzò la voce, accelerando il ritmo «e non mi serve assolutamente a niente, esserlo!»

«Andrà tutto bene» esclamò Kelp, battendogli una mano sulla spalla.

Herman si ritrasse come un cavallo imbizzarrito. «Bisogna che finisca questo lavoro» disse, cupo, e si sedette a terra davanti alla scatola, con le gambe incrociate. Si chinò sulla scatola finché non sfiorò quasi il lucchetto con il naso.

«Non riesco più a tenere la luce sul lucchetto» disse Kelp. «Devi spostarti.»

«Sta' zitto» disse Herman.

Kelp si inginocchiò accanto a lui e puntò il fascio di luce soprattutto contro l'occhio destro di Herman, che fissava il lucchetto con aria cupa.

Il problema era che non volevano romperlo. La mattina dopo avrebbero detto al direttore o al proprietario del campeggio che l'avevano trovato aperto e ne avevano approfittato per fare gli allacciamenti. Se il direttore o il proprietario avessero trovato il lucchetto in condizioni normali, probabilmente se ne sarebbero stati tranquilli, ma se l'avessero trovato rotto, non avrebbero creduto alla loro versione e avrebbero messo in piedi un pandemonio.

Questa era la ragione per la quale il lucchetto doveva essere aperto e non forzato. Ma la vera ragione dell'incapacità di Herman era causata da quella maledetta cassaforte. Sul coperchio della scatola era già sparsa una decina di piccoli arnesi, e Herman frugava nella toppa del lucchetto con l'estremità di un arnese ancora più piccolo degli altri... l'altra estremità del quale continuava a mettergli a repentaglio l'occhio destro. Herman non riusciva a concentrarsi su quello che faceva. Infilava l'arnese nel lucchetto e, mentre con gli occhi guardava, con la mente ritornava continuamente alla cassaforte dentro la banca. Nessuna sega e nessun trapano... incluso quello con la punta di diamante... riusciva a forare il metallo. Herman aveva smontato la combinazione e il meccanismo, ma non era servito a niente. Aveva tentato di scardinare la porta ed era riuscito solo a piegare la sua sbarra preferita, quella di media lunghezza. Se avesse usato dell'esplosivo sufficiente per aprire la cassaforte, non solo avrebbe distrutto anche il contenuto, ma probabilmente avrebbe anche squarciato l'intera roulotte.

Il che significava che doveva ricorrere al buco circolare. Nel metodo del buco circolare si applicava nel fianco della cassaforte una ventosa con una biella che sporgeva dal centro. Alla biella era attaccata una manopola a forma di L, con una impugnatura a una estremità e l'alveolo con le punte da trapano all'altra. Si inseriva una punta, in modo che fregasse contro la cassaforte, e poi si girava la manopola. Di mano in mano che una punta si consumava la si sostituiva con una nuova. Era il metodo di scasso più lento e più primitivo che esistesse, ma era l'unico che potesse funzionare con quella figlia di buona donna di cassaforte.

Il lucchetto. Herman si era distratto di nuovo e se n'era stato seduto là per terra, a frugare nella toppa con il piccolo attrezzo. «Accidenti» borbottò, stringendo i denti, e dette uno strattone al lucchetto con tanta forza che gli fecero male le dita.

Il guaio è che a volte si è costretti a tornare ai metodi antichi. Herman conosceva i modi più sofisticati di aprire le casseforti e le camere blindate, e li aveva usati sempre con successo. L'AAE, ad esempio, l'apparecchiatura di ascolto elettronico. Si applicava di fronte alla cassaforte, ci si mettevano gli auricolari e si ascoltava il ronzio mentre si girava la combinazione. Oppure quando si inseriva un po' di esplosivo al plastico in due punti, ai lati della porta della cassaforte, dove si trovavano i cardini, e poi ci si allontanava e si radiocomandava l'esplosione. Quando si tornava, si trovava la porta sul pavimento e neanche un foglio di carta fuori posto. Oppure...

Il lucchetto. C'era ricascato.

«Rrrrrr» disse Herman.

«Arriva qualcuno.»

«Ero io che ruggivo.»

«No. Fari.» Kelp spense la torcia.

Herman si voltò e vide arrivare due fari dall'autostrada. «Non può essere già Murch.»

«Be'» disse Kelp dubbioso «sono quasi le quattro.»

Herman lo fissò. «Le quattro? Sto lavorando a questo lucchetto da... da quanto tempo? Accendi la luce!»

«Be', non siamo sicuri che siano loro.» I fari si stavano avvicinando lentamente alla roulotte.

«Non ho neanche bisogno di quella maledetta torcia» esclamò Herman, e mentre i fari si avvicinavano ancora di più, tanto che adesso si intravedeva la macchina, Herman aprì il lucchetto fidandosi solo della sensibilità delle sue dita; quando Kelp accese la torcia, Herman stava già riponendo gli attrezzi. «Fatto.»

«Davvero?»

«Certo.» Herman gli lanciò un'occhiataccia. «Perché sei così sorpreso?»

«Be', io... Mh... ecco Stan e Victor.»

Ma era solo Murch. Si avvicinò e fece un gesto verso la scatola nera. «L'hai aperta?»

«Sta' a sentire» disse Herman irritato «solo perché sto avendo dei guai con la cassaforte...»

Murch assunse un'aria perplessa. «Volevo solamente sapere...»

Intervenne Kelp. «Dov'è Victor?»

«Sta arrivando» fece Murch, agitando il pollice verso l'ingresso del parcheggio, dov'era apparso un altro paio di fari. «Va come una lumaca» disse Murch. «Per poco non lo perdevo.»

Dortmunder, che era uscito dalla banca, si avvicinò. «State parlando a voce troppo alta. Attenti.»

«Ho aperto il lucchetto» gli comunicò Herman.

Dortmunder lo guardò, poi guardò l'orologio. «Bene» fece poi. Non c'era nessuna espressione né sulla faccia né nella sua voce.

«Sta' a sentire...» esclamò Herman, aggressivo, ma non ebbero altro da dirsi e se ne rimasero in silenzio.

Si avvicinò Victor, che camminava leggermente chino e aveva l'aria sbalordita. «Mamma mia!»

Dortmunder disse: «Andiamo dentro, dove si può parlare. Voi siete capaci di sistemare le cose qua fuori?»

Toccava a Kelp e a Murch effettuare gli allacciamenti della luce e dell'acqua. Kelp disse: «Certo, ce la faremo».

«Ci sono dei tubi rotti» disse Dortmunder. «Li abbiamo rotti quando abbiamo portato via la banca.»

«Non è un problema» rispose Murch. «Ho dei tubi nuovi, in macchina. Riusciremo a sostituirli.»

«Cercate di non fare rumore» raccomandò Dortmunder.

«Certo.»

L'efficienza che lo circondava innervosiva Herman. «Io vado a lavorare alla cassaforte.»

Dortmunder e Victor lo seguirono, e Dortmunder disse a Victor: «Stan ti ha messo al corrente della situazione?».

«Certo. Herman non riesce ad aprire la cassaforte, perciò dovremo fermarci qui per un po'.»

Herman piegò le spalle e fissò il vuoto con occhi di fuoco, ma non disse niente.

Mentre entravano, Victor esclamò: «Quello Stan è un gran guidatore, vero?».

«È la sua specialità» rispose Dortmunder, ed Herman fece una smorfia anche nel sentire quelle parole.

«Accidenti» disse Victor. «Impossibile stargli dietro. Accidenti.»

Dentro la roulotte, May e la madre di Murch avevano sistemato due torce elettriche sui mobili, in modo che adesso c'era un po' di luce e loro potevano pulire la roulotte. «Abbiamo trovato un mazzo di carte completo» disse la madre di Murch. «Ho appena ripescato il tre di picche vicino alla cassaforte.»

«Bene» disse Dortmunder. Poi, a Herman: «Hai bisogno di aiuto?».

«No!» sbottò Herman, ma un attimo dopo aggiunse: «Voglio dire sì. Certo, naturalmente».

«Victor, vai con Herman.»

«D'accordo.»

May disse a Dortmunder: «Devi spostare qualche mobile».

Mentre Dortmunder si univa alla brigata delle pulizie, Herman disse a Victor: «Ho preso una decisione».

Victor assunse un'aria spaurita.

«Attaccherò quella cassaforte con tutti i metodi possibili, e tutti insieme.»

«Certo. E io che faccio?»

«Tu» ordinò Herman «girerai la manovella.»

 

XXVI

 

«Sinceramente» disse May, con la sigaretta che le ballonzolava nell'angolo della bocca «se l'avessi fatto io con la terra, questo caffè sarebbe migliore.» Lasciò cadere un sette di cuori sull'otto di quadri posato poco prima da Dortmunder.

«Ho preso quello che avevano» rispose Murch. «Era l'unico posto aperto, a quest'ora.» Infilò cautamente un cinque di quadri sotto il sette.

«Non do la colpa a te» disse May. «Facevo solo un commento.»

La madre di Murch posò sul tavolo il bicchiere pieno di caffè, guardò le carte, accigliata, e alla fine giocò un fante di quadri.

«Guardate» esclamò Murch. «La mamma va forte!»

Sua madre gli lanciò un'occhiataccia. «La mamma va forte! La mamma va forte! Ma piantala. Ho dovuto giocare così.»

«Va bene» rispose Murch, tranquillo. «Ci penso io, adesso.»

May era seduta vicino alla porta semiaperta della roulotte, in un punto dal quale poteva vedere il vialetto fino all'ingresso del campeggio. Ormai erano le sette e dieci di mattina, e il sole era alto. Nell'ultima mezz'ora era partita una decina di macchine, con i residenti del campeggio che andavano a lavorare, ma nessuno era ancora arrivato per chiedere che cosa ci faceva là la nuova roulotte... né il direttore né la polizia.

Mentre aspettavano, May e la madre di Murch giocavano in coppia, sedute al tavolino che avevano piazzato vicino alla porta verso la facciata della roulotte, lontano dalla cassaforte. All'altra estremità, nascosto dietro un nuovo divisorio che andava dal pavimento al soffitto e che era formato da diverse sezioni del banco, Herman lavorava ininterrottamente alla cassaforte, assistito a turno da due uomini. Adesso con lui c'erano Kelp e Victor, mentre Dortmunder e Murch erano seduti al tavolo da gioco.

Fino a quel momento, dall'altra parte del banco si erano intesi solo due piccoli tonfi, mentre Herman tentava delle esplosioni minori che non avevano ottenuto niente, e di tanto in tanto si sentiva il ronzio di un attrezzo e il gracchio della sega elettrica, intervallato dal brontolio regolare del trapano, ma finora non era successo niente d'importante. Dieci minuti prima, quando Dortmunder e Murch avevano finito il loro turno, May aveva domandato come andavano le cose. «Non posso dire che non l'ha neanche intaccata» aveva risposto Dortmunder. «Un'intaccatura è riuscito a farla.» E si era massaggiato la spalla, dato che aveva passato quasi un'ora a girare la manovella del trapano.

Nel frattempo, la banca era stata resa più abitabile e più accogliente. Funzionavano l'elettricità e il bagno, adesso, il pavimento era stato scopato, i mobili riordinati e le finestre protette da tendine. Peccato che nella banca non ci fosse una cucina. Le salsicce che Murch aveva portato dalla tavola calda aperta tutta la notte erano mangiabili, ma il caffè doveva violare tutte le leggi contro l'inquinamento.

«C'è qualcosa?» domandò Dortmunder.

May stava guardando verso la strada, e pensava alla cucina, al mangiare e al caffè. Riportò l'attenzione su Dortmunder. «No, stavo pensando ai fatti miei.»

«Sei stanca, ecco che cosa sei» disse la madre di Murch. «Siamo tutti stanchi. Stanotte non abbiamo chiuso occhio. Non sono più giovane, io.» Giocò l'asso di quadri.

«Oh, oh» esclamò il figlio. «E poi dici che non vai forte, eh?»

«Sono troppo intelligente per te» rispose lei. «Mentre tu parli, io gioco.» Si era levata l'ingessatura, nonostante le proteste del figlio, e adesso era china sulle carte e sembrava uno scoiattolo attento.

«Arriva qualcuno» disse May.

Dortmunder domandò: «Polizia?»

«No. Il direttore, credo.»

Una giardinetta bianca e azzurra aveva appena superato l'ingresso del parcheggio e si era fermata davanti a una baracca verniciata di bianco. Un ometto in abito scuro scese dalla giardinetta e quando May vide che stava per aprire la porta della baracca che ospitava la direzione, posò le carte e disse: «Sì, è lui. Torno subito».

«Mamma» disse Murch «mettiti l'ingessatura.»

«Neanche per sogno.»

Ancora non avevano sistemato dei gradini per la roulotte. May si calò a terra, buttò via il mozzicone che aveva infilato nell'angolo della bocca e si accese un'altra sigaretta, mentre si dirigeva verso l'ufficio del direttore.

L'uomo seduto alla scrivania scrostata aveva la faccia magra, nervosa, disidratata, di un alcolizzato appena uscito da una cura disintossicante... l'aria di uno che da un momento all'altro può tornare a dormire nei vicoli con una bottiglia in mano. Guardò May con aria terrorizzata e disse: «Sì, signorina? Sì?».

«Restiamo qui una settimana, con la nostra roulotte» fece May. «Volevo pagarvi.»

«Una settimana? Una roulotte?» L'uomo sembrava eternamente sorpreso. Forse era colpa dell'ora mattutina.

«Proprio così» disse May. «Quanto fa, una settimana?»

«Ventisette e cinquanta. Dove... Mh... Dove avete la roulotte?»

«Laggiù a destra» disse May, indicando attraverso la parete.

L'uomo si accigliò, perplesso. «Non vi ho sentiti arrivare.»

«Siamo arrivati ieri sera.»

«Ieri sera!» L'uomo balzò in piedi, rovesciando a terra un mucchio di fogli. Mentre May lo osservava piuttosto sbalordita, lui schizzò verso la porta. May scosse la testa e si chinò per raccogliere i fogli.

L'uomo tornò vicino a lei, dicendo: «Ma è vero! Non me ne sono neanche accorto, quando... Ehi, lasciate fare.»

«Ho già fatto» disse May, tirandosi su e rimettendo i fogli sulla scrivania. Ma la scrivania traballò, perché aveva una gamba più corta, e un altro mucchio di fogli cadde per terra dall'altra parte.

«Lasciate stare, lasciate stare» disse l'uomo, nervoso.

«D'accordo.» May si spostò per farlo passare, e quando lui sì fu seduto dall'altra parte della scrivania, lei si lasciò cadere sull'unica sedia della stanza, di fronte a lui. «Insomma» disse «vogliamo fermarci una settimana.»

«Dovete riempire i moduli.» L'uomo cominciò ad aprire e richiudere i cassetti della scrivania, e lo fece così rapidamente che era impossibile che vedesse qualcosa del loro contenuto nei millesimi di secondo in cui i cassetti restavano aperti. «Mentre voi riempite i moduli» disse, aprendo e chiudendo, aprendo e chiudendo «io vado a effettuare gli allacciamenti.»

«Già fatto.»

L'uomo si fermò, con un cassetto aperto, e batté le palpebre. «Ma c'è un lucchetto!»

May tirò fuori il lucchetto dalla tasca della giacca di lana, dove, insieme al pacchetto di sigarette, aveva teso il tessuto tanto da sformarlo. «L'abbiamo trovato per terra, vicino alla cassetta» disse, e mise il lucchetto su un mucchio di fogli davanti all'uomo. «È vostro, vero?»

«Non era chiuso?» L'uomo guardò il lucchetto, terrorizzato, come se fosse una testa recisa.

«No.»

«Se il proprietario...» l'uomo si passò la lingua sulle labbra, poi guardò May, supplichevole.

«Non dirò niente» promise lei. Il nervosismo dell'uomo innervosiva anche lei. Non vedeva l'ora di finirla e di uscire di là.

«È un tipo...» L'uomo scosse la testa, poi guardò il cassetto aperto, parve sorpreso, si accigliò e tirò fuori dei fogli. «Ecco.»

May passò più di dieci minuti a riempire i moduli. Scrisse che la roulotte aveva quattro occupanti: la signora Hortense Davenport (lei); sua sorella signora Winifred Loomis (la madre di Murch) e i due figli della signora Loomis, Stan (Murch) e Victor (Victor). Dortmunder, Kelp ed Herman non esistevano, sui moduli riempiti da May. Di mano in mano che passava il tempo, il direttore si calmava, come se si abituasse lentamente alla presenza di May. Adesso tentava addirittura di sorridere. Alla fine, May gli consegnò i moduli e ventisette dollari e cinquanta centesimi. «Vi auguro un buon soggiorno a Wanderlust» disse il direttore.

«Grazie.» May si alzò, e il direttore, all'improvviso, assunse di nuovo un'aria terrorizzata e cominciò a muovere gli arti tutti insieme, causando un gran pandemonio tra i fogli posati sulla scrivania. May, sorpresa, si voltò e vide che la stanza era piena di polizia della strada. May tentò di nascondere il proprio nervosismo, ma poi si rese conto che l'attenzione dei poliziotti era concentrata sulle convulsioni del direttore.

«Be', arrivederci» disse May e si aprì un varco tra gli agenti... che, in fondo, erano solo due... dirigendosi verso la porta. Il tonfo che sentì dietro di sé doveva essere causato o dal lucchetto che cadeva per terra, o dal direttore che crollava sulla scrivania. May non si voltò per vedere quale delle due cose era vera, ma continuò a filare diritta verso la banca. Mentre si avvicinava, vide la banca ondeggiare leggermente sulle ruote, poi fermarsi di nuovo. "Un'altra delle esplosioni di Herman" pensò May, e qualche attimo dopo dal tetto della roulotte sbuffò una fumata bianca. "Hanno eletto il papa" pensò ancora May.

Dortmunder l'aspettava sulla soglia per aiutarla a salire. «Uuuuuuh, grazie» disse May. «Ci sono i poliziotti, là.»

«Li ho visti. Ci nasconderemo dietro il divisorio.»

La madre di Murch esclamò: «Non mescoliamo le carte. Tutti si tengano le loro.»

«Mamma» disse Murch «vuoi metterti l'ingessatura, per piacere?»

«Neanche per sogno.»

«Potresti far fallire tutto il nostro piano.»

Lei lo fissò. «Sono all'interno di una banca rubata» disse «il che significa che possono incriminarmi di almeno dieci reati, e tu ti preoccupi di una controversia con una compagnia assicuratrice?»

«Se ci beccano per questa storia» disse Murch «avremo bisogno di un sacco di soldi per pagare l'avvocato.»

«Ma che pensiero allegro» esclamò May, che era sulla soglia e guardava verso l'edificio del direttore.

Dortmunder era andato a raggiungere Herman e Kelp dietro il divisorio; e adesso i rumori non si sentivano più. Un secondo dopo, Victor uscì per dire: «E così, sono arrivati, eh?» e sorrideva allegramente.

«Stanno uscendo dall'ufficio» fece May. Chiuse la porta e andò a guardare dalla finestra.

«Ricordatevi che non possono entrare senza mandato di perquisizione» disse Victor.

«Lo so, lo so.»

Ma i poliziotti non fecero nessun tentativo per entrare. Percorsero il vialetto tra le due file di roulottes, guardando da una parte e dall'altra, e non degnarono la banca verniciata di verde di una seconda occhiata. Victor guardava da un'altra finestra. «Comincia a piovere. Vedrete che risaliranno in macchina.»

Sì, stava cominciando a piovere, e i poliziotti si diressero verso la macchina, allungando il passo. May guardò il cielo e vide arrivare delle nuvole pesanti da occidente. «Tra poco pioverà a catinelle.»

«E che ce ne importa?» disse Victor. «Qui dentro siamo al caldo e all'asciutto.» Si guardò attorno, continuando a sorridere allegramente. «C'è perfino una stufa elettrica.»

«Se ne sono andati?» domandò la madre di Murch.

«Stanno salendo in macchina» rispose May. «Sì, ormai se ne vanno.» Si voltò verso l'interno della banca. Adesso sorrideva anche lei. «Me ne rendo conto solo adesso, ma sono nervosa.» Si tolse il mozzicone della sigaretta dalla bocca e lo guardò. «Ma se l'ho appena accesa!»

«Giochiamo a carte» fece la madre di Murch. «Dortmunder! Vieni che giochiamo.»

Dortmunder uscì di dietro il divisorio, mentre Victor tornava da Herman e da Kelp. I quattro fuori dal divisorio ricominciarono a giocare a carte, e la madre di Murch li sbancò tutti. Murch disse: «Visto? Visto? Te l'avevo detto!».

«Già» fece sua madre, sorridendo al figlio e mescolando le carte.

Dieci minuti dopo bussarono alla porta. Quelli seduti al tavolo rimasero immobili, e May corse alla finestra più vicina. «È qualcuno con un ombrello» annunciò. Adesso fuori la pioggia cadeva a rovesci.

«Liberatene» disse Dortmunder «io vado di nuovo a nascondermi.»

«D'accordo.»

May aspettò che Dortmunder fosse sparito dietro il divisorio, poi aprì la porta e guardò fuori. Era il direttore, più nervoso che mai e con l'aria infelice. «Uh» fece May. Come faceva a non invitarlo ad entrare, con tutta quella pioggia?

L'uomo disse qualcosa, ma il tamburellare della pioggia sul tetto della banca e sull'ombrello inghiottì le sue parole. May disse: «Come?».

Con voce stridula, l'uomo gridò: «Non voglio guai!».

«Bene» fece May. «Neanch'io!»

«Guardate!»

Indicava qualcosa. May si sporse, bagnandosi i capelli, e guardò il terreno vicino alla roulotte. Era tutto macchiato di verde chiaro. «Oh, accidenti» disse May, e guardò da destra a sinistra. La banca era di nuovo bianca e azzurra. «Oh, accidenti.»

«Non voglio guai!» urlò il direttore.

May ritirò la testa dalla pioggia. «Entrate.»

L'uomo fece un passo indietro, scuotendo la testa e la mano libera. «No, no. Non voglio guai.»

May gli domandò: «Cosa intendete fare?».

«Non vi voglio qui!» strillò lui. «Il proprietario mi licenzierebbe! Niente guai, niente guai!»

«Avvertirà la polizia?»

«Andatevene! Andatevene e non succederà niente.»

May si sforzò di pensare. «Dateci un'ora di tempo.»

«È troppo!»

«Dobbiamo procurarci un camion. Non abbiamo un camion, qui.»

Il direttore saltellava da un piede all'altro, come se dovesse andare al gabinetto. Forse, con lo scroscio di tutta quella pioggia, era proprio quello che voleva fare. «E va bene» gridò alla fine. «Ma non più di un'ora!»

«Lo prometto.»

«Devo togliervi il collegamento con l'acqua e con l'elettricità.»

«E va bene. E va bene.»

Il direttore rimase là, finché May si rese conto che aspettava che lei chiudesse la porta. Doveva ringraziarlo? No, quell'uomo non voleva ringraziamenti, ma solo rassicurazioni. «Non avrà guai!» strillò May, fece un cenno di saluto e chiuse la porta.

Dortmunder era vicino a lei. «Ho sentito.»

«Dobbiamo andare da qualche altra parte.»

«O rinunciare.»

Anche Herman e Kelp erano usciti da dietro il divisorio. Herman disse: «Rinunciare? Ma se ho appena cominciato la mia battaglia!».

«Che cos'è successo?» domandò Kelp. «Come ha fatto a capire, quel tipo?»

«Abbiamo usato colore a tempera» spiegò May. «E la pioggia l'ha sciolto.»

«Non possiamo rinunciare» dichiarò Herman. «Dovremo portare la banca da qualche altra parte.»

«Con tutti i poliziotti di Long Island che la cercano?» fece Dortmunder. «E con il colore verde che se n'è andato? E senza sapere dove metterla?»

«E senza camion per trainarla?» aggiunse Murch.

«Questo non è un problema, Stan» dichiarò Kelp. «Non è mai stato un problema trovare un camion. Fidatevi di me.»

Murch gli lanciò un'occhiata cupa.

«Con questa pioggia» disse Victor «le ricerche saranno un bel po' rallentate.»

«Quando si cerca una cosa lunga quindici metri e larga quattro» disse Dortmunder «e per giunta dipinta di bianco e azzurro, non c'è neanche bisogno di cercare troppo.»

Nel frattempo, May era rimasta silenziosa, a pensare. Personalmente, non gliene importava molto del denaro. Si preoccupava più del successo dell'operazione che del contenuto della cassaforte. Dortmunder era già di malumore, normalmente; se il colpo fosse fallito, vivere con lui sarebbe stato impossibile. «In fondo» esclamò May «abbiamo un'ora di tempo.»

Si spense la luce. Dalle finestre filtrava solo un bagliore grigiastro che peggiorava la situazione.

«Un'ora» disse Dortmunder. «Quanto basta per andarcene a casa e ficcarci a letto e far finta che non sia successo niente.»

«Abbiamo due macchine» disse May. «Possiamo passare quest'ora a cercare un posto adatto a portarci la banca. Se non troviamo niente, rinunciamo.»

«Bene» esclamò Herman. «E io, nel frattempo, continuo a lavorare alla cassaforte.» Corse dietro il divisorio.

«Comincia a far freddo, qui dentro» disse la madre di Murch.

«Staresti più calda se avessi su l'ingessatura» disse suo figlio.

Lei gli lanciò un'occhiata.

Dortmunder sospirò. «La cosa che mi spaventa» mormorò «è che probabilmente lo troveremo, un posto.»

 

XXVII

 

Dortmunder disse: «Forse è ingiusto biasimare te per questo colpo».

«Proprio così» disse Kelp. Kelp guidava e Dortmunder era seduto vicino a lui. «Ma ti biasimo lo stesso» disse Dortmunder.

Kelp gli lanciò uno sguardo addolorato, poi riportò gli occhi sulla strada. «L'hai detto anche tu. Non è giusto.»

«Non importa.»

Avevano tempo fino alle nove e mezzo per tornare alla banca, e ormai erano le nove e un quarto. Kelp, Dortmunder e Murch erano partiti a bordo della giardinetta tutti e tre insieme, finche Kelp non aveva trovato un camion sufficientemente grosso, con sulla fiancata la scritta CAVALLI. All'interno c'era un lieve odore di stalla, ma era vuoto. Kelp l'aveva messo in moto e l'aveva consegnato a Murch, il quale l'aveva portato al parcheggio delle roulottes. Adesso Kelp e Dortmunder vagavano senza meta per cercare un posto nel quale trasferire la banca. Victor e la madre di Murch facevano altrettanto a bordo della Packard di Victor.

«È meglio che torniamo» disse Dortmunder «non troveremo niente, tanto.»

«Chi lo dice?» esclamò Kelp. «Perché sei così pessimista?»

«Perché ho battuto già questa zona la settimana scorsa e non c'è nessun posto adatto per nasconderci la banca. Perciò, perché dovremmo trovarlo adesso?»

«Ancora cinque minuti» fece Kelp. «Poi torniamo indietro.»

«Con questa pioggia, poi, non si vede niente.»

«Non si sa mai, potremmo essere fortunati.»

Dortmunder lo guardò, ma Kelp era concentrato sulla guida. Dortmunder considerò parecchie cose da dire, ma nessuna gli parve adeguata: così, dopo un po' girò la testa per guardare fuori dal finestrino e ascoltare il tergicristallo che andava avanti e indietro.

«Piove a dirotto» disse Kelp.

«Lo vedo.»

«In genere, di venerdì non piove mai così» disse Kelp.

Dortmunder si voltò di nuovo a guardarlo.

«Dico sul serio» fece Kelp. «In genere, piove così solo di domenica.»

«I cinque minuti sono passati?»

«No, ne manca uno. Continua a cercare.»

«Ma certo» rispose Dortmunder, e guardò di nuovo fuori dal finestrino. L'unica cosa buona era l'assenza di poliziotti. Avevano visto un paio di autopattuglie, ma non più del solito; evidentemente la ricerca era bloccata dalla pioggia.

Seduto là, nella giardinetta rubata, mentre Kelp lo trascinava ottimisticamente in giro per la campagna, Dortmunder pensò che quella era l'esemplificazione della storia della sua vita. Non era mai stato molto fortunato, ma neanche molto sfortunato. Aveva sempre avuto una bella combinazione delle due cose, equilibrata così esattamente da cancellare l'una con l'altra. La stessa pioggia che aveva sciolto la vernice verde, adesso bloccava anche la ricerca della polizia. Loro erano riusciti a rubare la banca, ma non riuscivano ad aprire la cassaforte, e così via.

Dortmunder guardò l'orologio. «Il minuto è passato.»

Riluttante Kelp rispose: «Okay, d'accordo». Poi aggiunse: «Farò un giro e poi torniamo indietro».

«Torna indietro subito» disse Dortmunder.

«Non voglio ripercorrere le stesse strade. A che serve?»

«E a che serve fare un giro?»

«Sei depresso» disse Kelp. «Svolto là a quel semaforo, e poi torniamo indietro.»

Dortmunder stava per ordinargli di fare un'inversione di marcia, ma poi ricordò che cosa succedeva quando Kelp faceva le inversioni di marcia e cambiò idea. «Purché torniamo per le nove e mezzo» disse, anche se sapeva che non era possibile.

«Oh, certo» rispose Kelp. «Sta' tranquillo.»

Dortmunder si ritirò in un angolo e fantasticò su un ritorno alla roulotte in cui May lo incontrasse sulla porta dicendo: «Herman ce l'ha fatta.» Poi sarebbe comparso Herman, sorridente, con le mani piene di banconote: «Ce l'ho fatta». E la madre di Murch avrebbe gettato l'ingessatura sotto la pioggia gridando: «Non abbiamo più bisogno dei soldi dell'assicurazione!».

Victor, invece, sarebbe rimasto sul fondo a sorridere, come se aspettasse il suo turno di farsi avanti per recitare "Il ragazzo restò sull'attenti sul ponte in fiamme".

Kelp frenò, e la giardinetta slittò pericolosamente a destra. Dortmunder, strappato ai suoi sogni a occhi aperti, per poco non finì nello scompartimento del cruscotto. Gridò: «Ehi! ehi, attento!». Guardò davanti e non c'era niente. Solo la cima di una collina, un lungo pendio graduale, completamente deserto. Chissà perché Kelp aveva frenato a quel modo.

«Guarda!» gridò Kelp, indicando il vuoto.

Ma Dortmunder si voltò a guardare attraverso il lunotto posteriore. «Vuoi che qualcuno ti venga di nuovo nel sedere? È questo il tuo marchio di fabbrica? Che diavolo stai combinando?»

«E va bene, esco di strada. Ma vuoi guardare là, per favore?»

Kelp portò la giardinetta in una piazzola e finalmente Dortmunder capì perché era tanto eccitato. «Lo vedo» disse. «E con questo?»

«Non capisci?»

«No.»

Kelp indicò di nuovo. «Mettiamo la roulotte proprio » esclamò. «Hai capito che cosa voglio dire?»

Dortmunder annuì. «Sì, ma...»

«Funzionerà.»

Dormunder non poté farne a meno, malgrado se stesso: sorrideva. «Figlio di buona donna.»

«Hai ragione» disse Kelp. «Hai proprio ragione.»

 

XXVIII

 

«Odio la pioggia» disse il capitano Deemer.

«Sì, signore» rispose il tenente Hepplewhite.

«Ho sempre odiato la pioggia» continuò il capitano Deemer. «Ma mai come oggi.»

I due poliziotti erano sul sedile posteriore dell'autopattuglia che il capitano usava come quartier generale mobile durante la ricerca della banca. Sul sedile anteriore c'erano due agenti in divisa, il guidatore a sinistra e un altro, che si occupava della radio, a destra. La radio era il modo di tenersi in contatto non solo con la stazione di polizia, ma anche con le altre pattuglie e con le organizzazioni impegnate nella caccia alla banca. Sfortunatamente, la radio era per lo più in contatto con delle scariche, un gracchio, uno schioppettio, un borbottio che riempiva la macchina e che giocava sul sistema nervoso del capitano.

Il capitano si chinò in avanti, appoggiando la mano massiccia sullo schienale del sedile del guidatore. «Non può fare niente, con quella maledetta radio?»

«Colpa della pioggia, signore» rispose l'agente seduto a destra. «Colpa del maltempo.»

«Lo so, accidenti, che è colpa del maltempo» esclamò il capitano. «Ho chiesto se non si poteva fare niente.»

«Be', quando si è in collina, la ricezione è piuttosto buona. Ma in pianura si sentono solo le scariche.»

«Già» disse il capitano. Poi affondò l'indice nella schiena del guidatore. «Trovami una collina.»

«Sì, signore.»

Il capitano si adagiò contro lo schienale del sedile e guardò il tenente Hepplewhite con occhi cupi. «Una collina» disse, come se le colline fossero di per se stesse un insulto.

«Sì, signore.»

«Ho un quartier generale mobile e non posso mettermi in contatto con nessuno se non sono su una collina. E lo chiama mobile?»

Il tenente Hepplewhite aveva l'aria sofferente, come se si dibattesse in un problema gravissimo. Doveva rispondere sì, signore oppure no, signore?

Non ci fu bisogno di risposta, perché il capitanò guardò il guidatore e disse: «Ancora non hai trovato una collina?».

«Credo che ce ne sia una più avanti, signore» rispose il guidatore. «È difficile, però, esserne sicuri, con questa pioggia.»

«Odio la pioggia» disse il capitano. Guardò fuori dal finestrino con occhi pieni di rancore, e nessuno parlò, mentre il quartier generale mobile imboccava il pendio regolare che portava in cima alla collina. La radio sfrigolava, il tergicristallo frusciava, la pioggia tamburellava sulla capote, e l'occhio destro del capitano si contraeva spasmodicamente.

«Vuole che fermi vicino alla tavola calda, signore?»

Il capitano fissò la nuca del guidatore e prese in considerazione l'idea di chinarsi e di dargli un morso. «Sì.»

«L'assicurazione deve avere pagato» disse l'agente addetto alla radio.

Il capitano si accigliò. «Che diavolo stai dicendo?»

«La tavola calda, signore. L'anno scorso c'è stato un incendio che ha bruciato il locale.»

«Be', adesso è di nuovo in piedi» fece il tenente Hepplewhite.

«Ma sembra chiuso» rispose l'agente.

Il capitano non aveva nessuna voglia di sentire quelle chiacchiere. «Non siamo venuti qui per mangiare» disse. «Siamo qui per metterci in contatto con la stazione di polizia.»

«Sì, signore» dissero gli altri.

Il trailer che ospitava la tavola calda era arretrato rispetto alla strada e di fronte aveva un parcheggio ricoperto di ghiaia. Una grande insegna sporgeva sulla strada e diceva: TAVOLA CALDA MCKAY

L'autista fermò la macchina vicino all'insegna, mentre l'agente addetto alla radio cercava di mettersi in contatto con la stazione di polizia. Dopo un minuto, il gracchio diminuì e si sentì una voce metallica, come se avessero raggiunto qualcuno che viveva in una lattina vuota di cibo per cani. «Ho in linea la stazione di polizia» disse l'agente.

«Bene» rispose il capitano. «Digli dove siamo. A proposito, dove diavolo siamo?»

«Alla Tavola Calda McKay, signore.»

Il capitano chinò la testa. «Quando chiedo dove siamo» disse «non voglio una risposta che posso leggere su un'insegna che ho sotto gli occhi. Quando chiedo dove siamo, voglio sapere...»

«Vicino a Sagaponack» rispose l'agente.

«Vicino a Sagaponack?»

«Sì, signore.»

«Dillo alla stazione di polizia.»

«Sì, signore.»

«E chiedi se è successo qualcosa.»

«Sì, signore.»

«Digli anche che resteremo qui per un po'.»

«Sì, signore.»

«Anzi, che resteremo qui finché la banca non sarà trovata, o non avrà smesso di piovere, altrimenti perdo le staffe.»

L'agente addetto alla radio sbatté le palpebre. «Sì, signore.»

«Insomma, resteremo finché uno di questi tre avvenimenti non si sarà verificato.»

«Sì, signore.»

Il capitano si rivolse al tenente Hepplewhite, che era molto pallido. «Odiavo la pioggia anche da bambino» disse il capitano. «Avevo un pupazzo a molla che potevo colpire e lui cadeva, rimbalzando poi di nuovo diritto. Era alto come me, con il fondo appesantito di piombo. Nei giorni di pioggia, portavo il pupazzo in cantina e lo picchiavo ininterrottamente.»

«Sì, signore» disse il tenente.

La palpebra destra del capitano si chiuse. «Sono stanco di sentirmi dire "sì, signore".»

«Sì, sssss...» disse il tenente.

L'agente addetto alla radio esclamò: «Signore?».

Il capitano voltò la testa massiccia.

«Signore» fece l'agente «ho comunicato la nostra posizione alla stazione di polizia, e loro hanno detto che non hanno niente da riferire.»

«Naturalmente» mormorò il capitano.

«Dicono che la caccia è bloccata dalla pioggia.»

Il capitano fece una smorfia. «Si sono presi la briga di spiegarcelo, eh?»

«Sì, signore.»

«Mh» fece il tenente Hepplewhite, in tono di avvertimento.

Il capitano lo guardò. «Tenente?»

«Dite, signore.»

«Che ore sono, tenente?»

«Le dieci e un quarto, signore.»

«Ho fame.»

Il capitano guardò la Tavola Calda. «Perché non va a prendere del caffè e qualche fetta di torta, tenente? Offro io.»

«Sulla porta è appeso un cartello che dice che il locale è chiuso, signore.»

L'agente addetto alla radio esclamò: «Probabilmente non sono ancora pronti, dopo quell'incendio. Il locale era bruciato fino alle fondamenta».

«Tenente» disse il capitano «andate a bussare alla porta e guardate se c'è qualcuno. Se c'è qualcuno, chiedetegli di aprire quel tanto che basta per darci del caffè e qualche fetta di torta.»

«Sì, signore» fece il tenente. Poi, in fretta: «Cioè, mh...».

«E se non hanno il caffè e la torta» continuò il capitano «fatevi dare qualunque altra cosa. D'accordo, tenente?»

«Mh... certo, signore.»

«Grazie» fece il capitano, e si ritirò in un angolo per meditare sulla pioggia.

Il tenente scese dalla macchina e fu immediatamente inzuppato dalla testa ai piedi. Pioveva a rovesci, ininterrottamente. Il tenente Hepplewhite avanzò in mezzo alle pozzanghere verso il locale, notando che aveva l'aria di essere abbandonato. Oltre al cartello CHIUSO appeso alla porta, era anche immerso nel buio.

Sì, sembrava proprio che il locale non fosse stato ancora messo in operazione. Tutt'attorno si vedevano ancora i resti inceneriti dell'incendio precedente, che non erano stati rimossi. Il nuovo locale era a bordo di una roulotte. Sbirciando nello spazio sotto, il tenente Hepplewhite vide le ruote di una macchina e di un camion parcheggiati dall'altra parte. Era l'unica indicazione che, dopotutto, potesse esserci qualcuno.

Quello che più colpì il tenente fu l'atmosfera di squallore che circondava il locale. Era il classico tipo di locale che bastava guardare per capire che nel giro di sei mesi sarebbe fallito. In parte, naturalmente, la colpa era della pioggia. Ma anche del fatto che il nuovo locale sorgeva praticamente sulle ceneri di quello vecchio. E poi, le finestre erano troppo piccole. Alla gente piacciono i locali con le finestre grandi, pensò il tenente, in modo da poter guardare fuori.

Sulla facciata del locale c'erano due porte, ma nessuna delle due munita di gradini. Il tenente sguazzò fino alla più vicina e bussò, pensando che nessuno avrebbe risposto. Anzi, stava già per tornare indietro, quando la porta si aprì leggermente e una donna magra, di mezza età, sbirciò fuori. Aveva una sigaretta nell'angolo della bocca che ballonzolò quando lei disse: «Che cosa vuole?»

«Se fosse possibile» rispose il tenente «vorremmo del caffè e qualche fetta di torta.» Doveva tenere la testa alzata, per guardare la donna, il che, date le circostanze, era piuttosto scomodo. Se teneva la testa bassa, la visiera del berretto gli proteggeva la faccia dalla pioggia, ma così si sentiva affogare.

«È chiuso» disse la donna.

Comparve un'altra donna. «Che c'è, Gertrude?» Questa era più bassa e aveva un braccio ingessato e l'aria irascibile.

«Vuole del caffè e qualche fetta di torta» disse Gertrude. «Gli ho spiegato che siamo chiusi.»

«Certo, siamo chiusi» disse l'altra donna.

«E noi siamo poliziotti» disse il tenente.

«Lo so» fece Gertrude. «Ho riconosciuto il suo berretto.»

«E la macchina» disse l'altra donna. «Su un fianco c'è scritto "polizia".»

Il tenente si voltò a guardare l'autopattuglia, nonostante sapesse già che cosa c'era scritto sul fianco. Si girò in fretta e disse: «Be', siamo di servizio da queste parti e ci chiedevamo se potevate darci un po' di caffè e qualche fetta di torta, anche se non siete ancora aperti.» Abbozzò un sorriso convincente, ma riuscì solo a riempirsi la bocca di pioggia.

«Non abbiamo torta» rispose la donna irascibile, quella con l'ingessatura.

Gertrude, più gentile, disse: «Sarei lieta di potervi aiutare, ma siamo ancora senza elettricità. Gli allacciamenti non sono ancora stati effettuati. Siamo appena arrivate. Anche a me piacerebbe una tazza di caffè.»

«Fa freddo, qua dentro» esclamò la donna irascibile «con la porta aperta.»

«Be', grazie lo stesso» disse il tenente.

«Tornate quando siamo aperti» fece Gertrude «vi offriremo torta e caffè gratis.»

«D'accordo» disse il tenente e ciabattò nelle pozzanghere per tornare a fare rapporto.

«Non hanno ancora la luce elettrica, capitano. Non possono darci niente.»

«Non riusciamo neanche a scegliere una collina attrezzata di locali decenti» esclamò il capitano. Poi, rivolto all'agente addetto alla radio: «Tu!».

«Signore?»

«Scopri dove sono le autopattuglie più vicine. Voglio del caffè e una fetta di torta.»

«Sì, signore. Come lo preferisce, il caffè?»

«Leggero, con tre cucchiaini di zucchero.»

L'agente addetto alla radio aveva l'aria sconvolta. «Sì, signore. E lei, tenente?»

«Forte, con un cucchiaino di Sweet'n Low.»

«Sì, signore.»

Mentre l'agente addetto alla radio trasmetteva l'ordine, il capitano domandò al tenente: «Uno Sweet e che?»

«È un sostituto dello zucchero, signore. Per la gente che fa la dieta.»

«E lei fa la dieta?»

«Sì, signore.»

«Io peso il doppio di lei, tenente, ma non faccio la dieta.»

Il tenente aprì la bocca, ma di nuovo non sapeva qual era la risposta adatta e così non disse niente.

Ma quella volta anche il silenzio risultò un errore. Il capitano si accigliò. «Che cosa intende dire con questo silenzio, tenente?»

L'agente addetto alla radio disse: «Ho passato gli ordini, capitano».

Servì per distrarre il capitano, che lo ringraziò e si rimise a guardare fuori dal finestrino. Passarono dieci minuti in silenzio, finché non arrivò un'autopattuglia con il caffè e la torta. Il capitano parve rasserenarsi, ma subito dopo arrivò una seconda autopattuglia con dell'altro caffè e dell'altra torta. «Dovevo immaginarmelo» fece il capitano.

Quando arrivarono contemporaneamente anche la terza e la quarta autopattuglia con il rifornimento di caffè e torta, il capitano urlò, rivolto all'agente addetto alla radio: «Fermali! Digli che non vengano più! Digli che ne abbiamo abbastanza, digli che sta per venirmi una crisi isterica».

«Sì, signore» rispose l'agente e si mise al lavoro.

Nonostante questo, arrivarono altre due autopattuglie con dell'altro caffè e della torta. Secondo il concetto di disciplina del capitano, i dipendenti non dovevano mai sapere quando le cose andavano male, e così dovette accettare e pagare e ringraziare ogni membro delle autopattuglie, e a poco a poco il quartier generale mobile si riempì di bicchieri di plastica e di sacchetti di carta. L'odore dell'uniforme bagnata del tenente combinato con il vapore del caffè cominciava a diventare irrespirabile e ad appannare i finestrini.

Il tenente, che aveva in grembo innumerevoli cucchiaini di plastica disse: «Capitano, ho un'idea».

«Per l'amor del cielo» esclamò il capitano.

«La gente che lavora in quella Tavola Calda non ha la luce elettrica, signore. Poveretti, fanno pena. Perché non lo diamo a loro il caffè che avanza? E anche la torta?»

Il capitano ci pensò sopra. «Be'» esclamò in tono giudizioso «meglio darli a loro che buttarli via. Fate pure, tenente.»

«Grazie, signore.»

Il tenente raccolse in un sacchetto tutta la torta, prese due bicchieri di caffè per mano e andò fino al locale. Bussò alla porta, che venne aperta immediatamente da Gertrude. La donna aveva una sigaretta infilata nell'angolo della bocca. Il tenente disse: «Ci hanno portato più roba di quanta ce ne servisse. Ho pensato che potrebbe farvi comodo...»

«Certo» esclamò Gertrude. «È molto gentile.»

Il tenente le porse i bicchieri e il pacchetto. «Se ve ne serve di più, ne abbiamo ancora.»

Gertrude parve esitare. «Be', mmh...»

«Siete in più di quattro? Sa, abbiamo la macchina piena di roba.»

Gertrude parve riluttante a dire quanti erano dentro il locale... probabilmente perché non voleva approfittare della generosità del tenente, ma alla fine si decise. «Be', siamo in sette.»

«Sette! Dovete avere molto da fare, qui, se avete bisogno di tanta gente.»

«Oh, sì. È vero.»

«Avete fretta di aprire?»

«Certo» disse Gertrude, annuendo, con la sigaretta che ballonzolava all'angolo della bocca. «Non sa quanta voglia abbiamo di aprire.»

«Vado a prendere dell'altro caffè. Torno subito.»

«È molto gentile.»

Il tenente andò all'autopattuglia e aprì la portiera posteriore. «Hanno bisogno di altra roba» disse e raccolse degli altri bicchieri e dell'altra torta.

Il capitano gli lanciò un'occhiata cinica. «Tenente, sta rifornendo di torta e di caffè una Tavola Calda.»

«Sì, signore, lo so.»

«Non le sembra strano?»

Il tenente si fermò. «Signore, tutta questa storia mi dà la sensazione di essere in un ospedale sotto i ferri di un chirurgo. Basta pensare che questa giornata è un sogno prodotto per effetto dell'anestetico.»

Il capitano parve interessato. «È un pensiero consolante.»

«Sì, signore.»

«Mmmmmmh» fece il capitano.

Il tenente portò dell'altro caffè e dell'altra torta alla tavola calda e Gertrude lo aspettò sulla soglia. «Quanto le devo?»

«Oh, non ci pensi neanche. Mi offrirà qualcosa quando sarete aperti.»

«Se tutti i poliziotti fossero come lei» disse Gertrude «il mondo sarebbe migliore.»

Il tenente aveva pensato spesso la stessa cosa. Abbozzò un sorriso modesto e mosse i piedi nella pozzanghera. «Oh, be', cerco di fare del mio meglio.»

«Che Dio la benedica.»

Il tenente portò il suo sorriso soddisfatto fino all'autopattuglia, dove trovò il capitano di nuovo irritato e cupo. «Qualcosa non va, signore?»

«Ho tentato con quel suo trucchetto dell'anestetico.»

«Davvero, signore?»

«Sì, ma continuo a chiedermi come andrà l'operazione.»

«Io immagino di essere operato di appendicite, signore. Non è un'operazione pericolosa.»

Il capitano scosse la testa. «Non è nel mio stile, tenente. Io sono abituato ad affrontare la realtà.»

«Sì, signore.»

«E le dico una cosa, tenente. Questa giornata finirà. Non può durare in eterno. Questa giornata finirà. Un giorno o l'altro, finirà.»

«Sì, signore.»

Dopodiché, la conversazione si spense. Nonostante che il tenente avesse regalato dodici caffè e dodici fette di torta, c'era ancora della roba nel quartier generale mobile. Non avevano bevuto tutto il caffè, ma tutte le fette di torta le avevano mangiate, e adesso avevano sonno. Il guidatore si addormentò, il capitano sonnecchiò, e il tenente continuava ad appoggiarsi con la testa al finestrino per poi trasalire all'improvviso, di tanto in tanto. L'agente addetto alla radio non perse mai del tutto la conoscenza, nonostante si fosse levato le scarpe e reggesse il microfono tra le mani molli.

La mattinata passò lentamente, con la pioggia che continuava a cadere a rovesci e la radio, oltre ai gracchii, non portò notizie dalla stazione di polizia. Arrivò mezzogiorno e se ne andò, poi cominciò a passare anche il pomeriggio, e a una certa ora i quattro poliziotti cominciarono a sentirsi indolenziti e irritati. Avevano la bocca amara, i piedi gonfi, le canottiere appiccicate alla pelle, ed erano passate ore da quando l'ultimo di loro era sceso per liberarsi la vescica.

Alla fine, alle due e dieci, il capitano cambiò posizione e borbottò: «Adesso basta».

Gli altri tre si sforzarono di assumere un'aria sveglia.

«Non combiniamo niente, qui» fece il capitano. «Non siamo mobili, non siamo in contatto con nessuno, non otteniamo un accidente. Autista, riportaci alla stazione di polizia.»

«Sì, signore!»

Mentre l'autopattuglia si muoveva, il tenente guardò la Tavola Calda per l'ultima volta e si domandò se sarebbe rimasta in attivo quel tanto che bastava per offrirgli qualcosa di gratis, un giorno o l'altro. Gli dispiaceva per quella povera gente, ma aveva la sensazione che il locale dovesse fallire presto.

 

XXIX

 

«Se ne vanno!» esclamò Victor.

«Finalmente» disse la madre di Murch, e cominciò immediatamente a slacciarsi l'ingessatura.

Dortmunder, che era seduto al tavolo con May, si stringeva le mani come se fossero state immobilizzate dalle manette. Adesso guardò Victor e disse: «Sei sicuro che se ne stanno andando?»

«Certo» rispose Victor. «Anzi, se ne sono già andati. Hanno invertito la marcia e se ne sono andati.»

«Meno male» fece May. Il pavimento attorno alla sua sedia era cosparso di cicche di sigarette.

Dortmunder sospirò. Quando si alzò, le ossa gli scricchiolarono; si sentiva vecchio, rigido, dolorante. Scosse la testa, pensò di fare un commento e decise di lasciar perdere.

Le ultime quattro ore erano state terribili. Eppure, quando lui e Kelp avevano visto quel posto, era sembrato una manna dal cielo. La grande insegna che sporgeva sulla strada, lo spiazzo vuoto e il posto dietro, per il camion e la macchina. Chi poteva pretendere di più? Erano tornati di corsa al Wanderlust Trailer Park, dove Murch aveva già attaccato la banca al camion addetto al trasporto dei cavalli, e si erano trasferiti là, armi e bagagli, tranne che per la giardinetta rubata, che avevano lasciato in un vialetto di una villa. Victor e Kelp erano partiti con qualche secondo di anticipo a bordo della Packard per vedere se c'erano dei poliziotti, e Murch li aveva seguiti con il camion e la banca... sua madre e May erano con lui nella cabina del camion; Dortmunder e Herman nella roulotte. Erano arrivati là senza guai. Avevano sistemato la banca, posteggiato il camion e la Packard, e si erano rimessi al lavoro, con un unico mutamento: Herman usava attrezzi a pile e la partita di carte continuava alla luce delle torce. Inoltre, la pioggia che picchiava sull'involucro metallico della banca ben presto aveva raffreddato l'interno, facendoli sentire indolenziti e stanchi. Ma non era stato terribile, anzi, erano tutti abbastanza di buonumore... perfino Herman, che aveva ritrovato la fiducia nella sua capacità di aprire la cassaforte, se avesse avuto il tempo necessario.

E poi erano arrivati i poliziotti. Kelp li aveva visti per primo, guardando fuori dalla finestra. «Attenti, polizia.»

Gli altri si erano affollati attorno alle finestre e avevano guardato l'autopattuglia parcheggiata vicino all'insegna. May aveva detto: «Che ci fanno là? Pensate che siano arrivati per noi?».

«No.» Era stato Victor a parlare, sempre pronto a dare un'opinione basata sulla sua esperienza con l'altra parte della legge. «Sono solo di pattuglia» aveva spiegato. «Se fossero qui per noi, si comporterebbero in modo diverso.»

«Ad esempio, circonderebbero la roulotte» aveva suggerito Dortmunder.

«Esatto.»

Poi dalla macchina era sceso il poliziotto che voleva il caffè e la torta, e gli occupanti della roulotte si erano resi conto che non correvano nessun pericolo. Ma nonostante questo era difficile concentrarsi con quella maledetta autopattuglia là fuori, poco lontano dalla banca appena rubata, e la partita a carte a poco a poco si era interrotta. Erano rimasti tutti a sedere, irritati e nervosi, e ogni minuto qualcuno domandava a Victor: «Che diavolo ci fanno là fuori?». Oppure: «Quando se ne andranno, accidenti?» E Victor scuoteva la testa, rispondendo: «Non lo so. Sono sorpreso».

Quando avevano cominciato ad arrivare le altre autopattuglie, una o due alla volta, tutta la gente dentro alla banca aveva cominciato ad agitarsi e a parlottare. «Ma che fanno?» avevano chiesto in coro, e Victor aveva continuato a rispondere: «Non lo so, non lo so».

Più tardi era risultato che le altre autopattuglie erano venute per portare il caffè e la torta. Quando finalmente Dortmunder l'aveva capito, l'aveva spiegato agli altri, aggiungendo: «Il che significa che sono nei guai quanto noi, e il che mi dà una speranza».

Ma il tempo era passato lentamente. Il caffè e la torta forniti dai poliziotti erano stati molto utili... Là dentro cominciava a far freddo e la banda aveva fame... ma di mano in mano che passavano le ore, tutti avevano cominciato ad immaginarsi morti di fame o di freddo, intrappolati in quella stupida banca per sempre, con un branco di poliziotti che non sapeva cosa fare tutt'attorno.

Inoltre, con l'autopattuglia ferma là fuori, Herman non poteva lavorare tranquillamente alla cassaforte, poteva continuare a usare il trapano, ma non l'esplosivo. Questo innervosiva Herman, che di tanto in tanto camminava su e giù, insultando gli altri.

E poi c'era la questione dell'ingessatura. Murch aveva insistito tanto che alla fine sua madre aveva accondisceso a mettersela, finché la macchina della polizia restava là fuori, ma la cosa l'aveva irritata, tanto che anche lei s'era messa a camminare su e giù, come Herman, aumentando la confusione.

E poi, all'improvviso, se n'erano andati. Senza ragione, senza spiegazione, la loro scomparsa era stata brusca e insensata quanto il loro arrivo. E improvvisamente tutti sorridevano, perfino la madre di Murch, che aveva gettato l'ingessatura in un angolo.

«Adesso» disse Herman «posso rimettermi al lavoro. È da due ore che intendo fare una cosa. Anzi, di più. Due ore e un quarto.»

Dortmunder passeggiava, agitando le braccia, nel tentativo di sciogliersi i muscoli. «Che cosa vuoi fare?»

«Il trapano» rispose Herman «secondo me è entrato abbastanza. Se nel foro ci metto dell'esplosivo, posso combinare qualcosa di utile.»

«Allora muoviti» esclamò Dortmunder. «Prima che l'Ufficio d'igiene arrivi a ispezionare la cucina e il fornaio cominci a consegnarci il pane, cerchiamo di andarcene di qui.»

«L'esplosione sarà più forte delle altre» avvertì Herman «voglio che lo sappiate.»

Dortmunder si fermò. Con voce piatta, chiese: «Sopravvivremo?»

«Oh, certo! Non forte fino a questo punto.»

«Mi basta» fece Dortmunder. «Sono sempre stato di desideri semplici.»

«Ci metterò cinque minuti» disse Herman. Ce ne mise meno. Quattro minuti dopo, Herman invitò tutti gli altri a mettersi in fondo alla banca, dalla parte opposta della cassaforte. «Potrebbe schizzare in giro del metallo.»

«Bene» disse Dortmunder. «Ho voglia di esplodere anch'io, quindi che almeno la cassaforte si sfoghi.»

Rimasero tutti in attesa, mentre Herman, dall'altra parte del divisorio, terminava il suo lavoro. Dopo qualche secondo di silenzio, lo videro ricomparire lentamente, con l'estremità di un cavo in ogni mano.

Guardò gli altri di sopra una spalla. «Siete pronti?»

«Avanti, falla saltare» disse Dortmunder.

«Speriamo.»

Herman avvicinò le due estremità dei cavi e dall'altra parte del divisorio esplose un crack! La banca ondeggiò molto più che con le esplosioni precedenti, e una pila di bicchieri da caffè di plastica cadde dalla scrivania, dall'angolo in cui l'aveva riposta May.

«Fatto» disse Herman, sorridendo, mentre dall'altra parte del divisorio si alzava un filo di fumo.

Si affollarono tutti contro il divisorio per guardare la cassaforte. Accidenti che foro nel fianco. Kelp gridò: «È aperta!».

«Accidenti!» gridò Herman soddisfatto di se stesso, e tutti gli calarono grandi manate sulle spalle.

Dortmunder disse: «Come mai quel fumo?»

Rimasero tutti zitti, all'improvviso, a guardare il fumo che usciva dal buco.

«Un momento» disse Herman e avanzò per dare un'occhiata. Poi si voltò a guardare Dortmunder, offeso. «Sai che cosa è successo?»

«No.»

«Quel maledetto pezzo di metallo è caduto dentro.»

Anche Kelp si era avvicinato alla cassaforte e adesso disse: «Ehi, i quattrini bruciano».

La notizia provocò un panico generale; Dortmunder si aprì una strada attraverso i suoi uomini e andò a guardare dentro alla cassaforte. In fondo, non era molto grave. Il buco nel fianco della cassaforte era perfettamente rotondo, largo una trentina di centimetri e dentro c'era un pezzo di metallo della stessa grandezza, posato su un mucchio di banconote, alle quali stava appiccando il fuoco. O meglio le stava annerendo e arricciando agli angoli. Ma c'era anche qualche fiammella, qua e là, e se non fossero intervenuti in tempo, l'incendio sarebbe dilagato.

«Okay» disse Dortmunder, in parte per tranquillizzare la gente dietro di lui e in parte per sfidare il fato. Si tolse la scarpa destra, la infilò nel buco e incominciò a schiaffeggiare il fuoco. «Se almeno avessimo un po' d'acqua!» esclamò Victor.

La madre di Murch disse: «Lo sciacquone! Non abbiamo tirato la catena da quando abbiamo fermato la roulotte qui. Dovrebbe essere ancora pieno!».

Quello era stato un altro problema, quattro ore chiusi là dentro senza poter usare la toilette, ma anche questa difficoltà, adesso risultava positiva. Fu organizzata una brigata armata di bicchieri di plastica e ben presto Dortmunder poté rimettersi la scarpa e versare acqua sulle banconote fumanti. Ci vollero solo quattro bicchierini e l'ultima fiammella si spense.

«I soldi sono bagnati» borbottò Dortmunder, scuotendo la testa. «Non importa. Dove sono i sacchi di plastica?»

Si erano portati dietro una scatola di sacchi di plastica per immondizie, per riporvi i soldi. May ne tirò fuori uno dalla scatola e Dortmunder e Kelp cominciarono a riempirlo di banconote bruciacchiate, banconote umide e banconote intatte, mentre May e Victor tenevano il sacco aperto.

E poi, all'improvviso, la madre di Murch gridò: «Ci stiamo muovendo!».

Dortmunder si tirò su, le mani piene di quattrini. «Che cosa?»

Murch sbucò di dietro il divisorio, con un'aria agitata, come Dortmunder non gli aveva mai visto in faccia. «Stiamo andando» disse. «Stiamo andando giù per questa maledetta collina, e non possiamo farci niente!»

 

XXX

 

Kelp spalancò la porta e guardò sfilare via la campagna, fuori. «Stiamo andando verso la strada!»

Dietro di lui, Herman gridò: «Salta! Salta!»

A che velocità andavano? Probabilmente non più di nove, dieci chilometri l'ora, ma agli occhi di Kelp il terreno sfrecciava come un diretto.

Ma dovevano saltare. Sul davanti della roulotte non c'erano finestre, e così non potevano vedere dov'erano diretti, né se stavano per cozzare o no contro qualcosa. Non andavano molto veloci perché il pendio non era ancora ripido, in quel punto, ma la roulotte stava sterzando verso la strada, e laggiù la collina scendeva decisamente. Bisognava decidersi a saltare. E così il primo fu Kelp.

Saltò. Sulla destra, a faccia in avanti, e si rese conto che Victor si buttava dall'altra porta. Poi Kelp toccò terra, rotolò su se stesso e si fermò. Quando si mise a sedere, aveva un grosso buco nella gamba destra dei calzoni, e il resto della banda era disseminato là attorno. Erano tutti seduti, a testa china, sotto la pioggia, mentre la banca filava via lontano da loro, sulla strada ormai, e acquistava velocità.

Kelp guardò dall'altra parte per vedere che cosa stava facendo Victor; Victor era già in piedi e si stava dirigendo verso la Tavola Calda. Per un attimo, Kelp non capì, poi si rese conto che andava a prendere la Packard. Per partire alla caccia della banca!

Kelp si alzò e zoppicò nella scia di Victor, ma ancora non aveva raggiunto il parcheggio coperto di ghiaia, e già la Packard partiva a razzo, per venire poi a bloccarsi vicino a lui. Kelp salì, e Victor accelerò di nuovo. Stava per fermarsi ancora, per raccogliere Dortmunder che se ne stava là col sacco dei soldi in mano, ma Dortmunder gli fece cenno di continuare. «Non fermarti, Victor» disse Kelp. «Ci raggiungeranno con il camion.»

«Okay» rispose Victor, schiacciando l'acceleratore.

La banca era lontana, giù per la discesa. Pioveva, era pomeriggio inoltrato e si trovavano lontani da Long Island, tre cose che, combinate assieme, rendevano possibile una strada deserta. La banca, sfrecciando nel mezzo esatto della strada a due corsie, a cavallo della linea bianca, per fortuna non incontrò traffico.

«Laggiù alla curva si capovolgerà» disse Kelp. «Ma se non altro potremo prendere il resto del denaro.»

La banca, però, non si capovolse. La curva era ampia, ben calibrata, e la roulotte la infilò tranquillamente, scomparendo dall'altra parte.

«Accidenti!» strillò Kelp. «Raggiungila, Victor.»

«Certo» rispose Victor. Chino sul volante, gli occhi fissi sulla strada, disse: «Sai che cos'è successo, secondo me?».

«La banca si è mossa» fece Kelp.

«A causa dell'esplosione. Ne sono convinto. L'esplosione l'ha fatta ondeggiare, e siccome eravamo in cima alla collina, quando la banca si è mossa ha continuato a muoversi.»

«Altro che» fece Kelp, scuotendo la testa. «Non immagini quanto si seccherà Dortmunder.»

Victor lanciò un'occhiata allo specchietto retrovisivo. «Non si vedono ancora.»

«Arriveranno. Preoccupiamoci della banca, per il momento.»

Raggiunsero la curva, la infilarono a tutta velocità e videro la banca, più avanti. In fondo alla collina c'era un piccolo paese, una comunità di pescatori, e la banca era diretta da quella parte.

Ma Victor guadagnava strada. Inoltre, siccome la strada a un certo punto si appiattiva, la banca cominciò a perdere velocità. Quando infilò un semaforo rosso in mezzo al paese, non andava a più di trentacinque chilometri l'ora. Un poliziotto di guardia all'incrocio soffiò nel fischietto, quando vide passare la banca, ma la banca non si fermò. Victor rallentò, quando vide il poliziotto e il semaforo rosso, ma mentre si avvicinava il semaforo diventò verde, e Victor accelerò di nuovo. Il poliziotto aveva perso il fiato, a forza di fischiare, e adesso se ne stava là sotto la pioggia, le spalle chine, la bocca aperta.

«Presto si fermerà» disse Victor, speranzoso. «Ormai siamo in pianura. Non ci sono più discese.»

«Ma c'è l'oceano» fece Kelp, indicando davanti.

«Oh, no!»

In fondo alla strada c'era un molo, che sporgeva di almeno tre metri dall'acqua. Victor raggiunse la banca subito prima che infilasse il molo, ma non servì: era impossibile fermarla. Un pescatore in giacca di plastica gialla e cappello da pioggia, seduto su una sedia pieghevole, alzò lo sguardo, vide arrivare la banca e saltò via dalla sedia, piombando nell'oceano. La banca, en passant, spinse la sedia dietro di lui. Il pescatore era stato l'unico occupante del molo, che adesso era a completa disposizione della banca.

«Fermala!» gridò Kelp, mentre Victor bloccava la Packard all'imboccatura del molo. «Dobbiamo fermarla!»

«Impossibile. Impossibile, ti dico.»

Rimasero seduti nella Packard a guardare la banca che rotolava sulle assi del molo per finire tranquillamente, senza niente di drammatico, dentro l'oceano, come un masso.

Kelp gemette.

«Certo che è un bello spettacolo» esclamò Victor.

«Victor» supplicò Kelp «fammi un favore. Non dire una cosa del genere a Dortmunder.»

Victor lo guardò. «No?»

«Non capirebbe.»

«Oh.» Victor guardò di nuovo fuori. «Chissà quanto è profonda l'acqua.»

«Perché?»

«Be', potremmo tuffarci e tentare di ricuperare i quattrini.»

Kelp abbozzò un sorriso soddisfatto. «Già, hai ragione. Non oggi, però. Quando c'è il sole.»

«E fa più caldo.»

«Proprio così.»

«A meno che» disse Victor «qualcuno non veda la banca e non denunci la cosa.»

«Di' un po'» esclamò Kelp. «C'era qualcuno, sul molo.»

«Davvero?»

«Un pescatore in giacca gialla.»

«Non l'ho visto.»

«Sarà meglio dare un'occhiata.»

Scesero dalla macchina e camminarono sul molo, sotto la pioggia. Kelp guardò giù e vide il pescatore arrampicarsi lungo i pali laterali del molo. «Non ci crederete, se vi racconto quello che ho visto» disse. «Non riesco a crederci neanch'io.»

Kelp lo aiutò a salire sul modo. «L'abbiamo visto anche noi.»

«Mi è arrivata addosso all'improvviso; mi ha fatto perdere la sedia, la canna da pesca e per poco anche la vita.»

«Per fortuna, non ha perso il cappello» disse Kelp.

«Perché è legato sotto il mento. C'era qualcuno, su quella roulotte?»

«No, era vuota» rispose Kelp.

Il pescatore scosse la testa. «Mia moglie l'aveva detto che non era la giornata adatta per pescare. Per una volta tanto, aveva ragione.»

«Meno male che non si è fatto male» disse Kelp.

«Male?» Il pescatore sorrise. «Avrò una storia fantastica da raccontare ai miei amici. Non me ne importerebbe neanche se mi fossi rotto una gamba.»

«Ma non se l'è rotta, vero?» domandò Victor.

Il pescatore batté gli stivaloni di gomma sul molo. «No» rispose. «Sto benissimo.» Starnutì. «Tranne che forse mi verrà la polmonite.»

«Dovrebbe andare a casa» fece Kelp. «E mettersi qualcosa di asciutto.»

«Bourbon» disse il pescatore. «Ecco di che cosa ho bisogno.» Guardò verso l'estremità del molo. «Mai vista una cosa del genere» disse, e starnutì di nuovo, scuotendo la testa.

«Diamo un'occhiata.» Kelp e Victor andarono a guardare l'acqua dal bordo del molo. «Non si vede» disse Kelp.

«Eccola là.»

Kelp guardò nel punto indicato da Victor. «È vero.» La roulotte sembrava una balena bianca e azzurra sul fondo dell'oceano. Poi Kelp si accigliò. «Ehi, si muove!»

«Davvero?»

Scrutarono l'acqua per un paio di secondi, in silenzio, e poi Victor disse: «Hai ragione. È la corrente che la porta via».

Kelp si voltò e vide gli altri cinque scendere dal camion. Dortmunder in testa, si diressero tutti verso il molo. Kelp abbozzò un sorriso infelice e aspettò.

Dortmunder guardò l'acqua. «Non credo che siate venuti qui per abbronzarvi.»

«No» disse Kelp.

Dortmunder indicò l'oceano. «È finita là dentro, vero?»

«Sì» rispose Kelp. «Vedi...» Indicò, poi strinse gli occhi. «No, non la vedi più.»

Intervenne Victor. «Si sta muovendo.»

«Muovendo?» fece eco Dortmunder.

«Mentre scendeva dalla collina» spiegò Victor «il vento ha richiuso le porte. Non credo che sia a tenuta stagna, ma è chiusa abbastanza solidamente, e deve contenere abbastanza aria da non restare incollata al fondo. E così, la corrente se la porta via.»

May domandò: «Intendi dire che se ne sta andando?».

«Appunto» rispose Victor.

Kelp sentì che Dortmunder lo guardava, ma fece finta di non accorgersene.

La madre di Murch chiese: «E dove va?».

«In Francia» disse Dortmunder.

«Intende dire che se ne va per sempre?» domandò Herman. «Dopo tutto quel lavoro?»

«Be', un po' di soldi ci sono rimasti» fece Kelp, e si guardò attorno con quel suo sorriso infelice. Ma Dortmunder si stava allontanando. Gli altri lo seguirono in fila indiana, con la pioggia che scrosciava sopra di loro.

 

XXXI

 

«Ventitremila ottocento venti dollari» disse Dortmunder, e starnutì.

Erano tutti nel suo appartamento e tutti si erano cambiati. La madre di Murch si era messa un vestito di May, e gli altri degli indumenti di Dortmunder. Facevano un gran starnutire, e May continuava a preparare tè bollente con whisky.

«Ventitré... Quasi ventiquattro» disse Kelp, allegro. «Poteva andare peggio.»

«Sì» disse Dortmunder. «Potevano essere banconote fuori corso.»

Murch starnutì. «Quanto viene a testa?»

«Prima liquidiamo il finanziatore. Fanno ottomila. E restano quindicimila ottocento venti. Diviso per sette, fanno duemila duecento sessanta a testa.»

Murch fece una smorfia, come se avesse sentito un cattivo odore. «Duemila? Tutto qui?»

Herman e la madre di Murch starnutirono simultaneamente.

«Spenderemo di più in medici e medicine» disse Dortmunder.

«Ma il colpo è riuscito, almeno» esclamò Victor.

«Non possiamo definirlo un fallimento.»

«Posso definirlo come mi pare e piace» disse Dortmunder.

«Bevi un altro po' di tè» esclamò May.

Kelp starnutì.

«Duemila dollari» mormorò Herman, soffiandosi il naso. «Ci sputo sopra.»

Erano tutti nel soggiorno, seduti attorno al denaro, che era sul tavolino diviso in tre mucchietti diversi: quello bruciacchiato, quello bagnato e quello buono. L'appartamento era caldo e asciutto, ma l'odore di vestiti bagnati e di disastro riempiva ugualmente l'aria.

La madre di Murch sospirò. «Dovrò ricominciare a portare l'ingessatura.»

«L'hai persa» disse suo figlio in tono accusatore. «L'hai lasciata nella banca.»

«Ne compreremo un'altra.»

«Altra spesa inutile.»

«Be'» disse Kelp. «Tanto vale ritirare il bottino e andarcene a casa.»

«Ritirare il bottino» sbuffò Dortmunder, guardando i soldi. «Non ti sembra di esagerare?»

«In fondo, non è male» rispose Kelp. «Non ne siamo usciti a mani vuote.»

Victor si alzò, stiracchiandosi. «Certo che se avessimo qui anche gli altri quattrini, la festa sarebbe diversa.»

Dortmunder annuì. «Altro che!»

Si divisero i soldi e si salutarono, e ognuno promise di rimandare indietro i vestiti presi a prestito e di ritirare gli altri. Lasciati soli, Dortmunder e May si sedettero sul divano e guardarono i quattromila cinquecento venti dollari rimasti sul tavolino. Sospirarono. Dortmunder disse: «Be', devo ammettere che se non altro mi ha dato da pensare».

«La cosa peggiore del raffreddore» fece May «è il sapore che dà alle sigarette.» Si tolse il mozzicone dall'angolo della bocca e lo gettò nel portacenere. «Vuoi dell'altro tè?»

«Ne ho ancora.» Dortmunder sorseggiò il tè, poi fece una smorfia. «Qual è la percentuale di tè e di whisky, qua dentro?»

«Metà e metà.»

Dortmunder bevve ancora, col vapore che gli saliva nelle narici. «Sarà meglio che ne prepari un altro po'.»

Lei annuì, cominciando a sorridere. «D'accordo.»

 

XXXII

 

«È sull'Island» dichiarò il capitano Deemer. «È da qualche parte dell'Island.»

«Sì, signore» rispose il tenente Hepplewhite, ma debolmente.

«E la troverò.»

«Sì, signore.»

Erano soli sull'autopattuglia senza la targa della polizia, una Ford nera fornita di radio. Il capitano guidava e il tenente era vicino a lui. Il capitano si chinò sul volante, gli occhi costantemente in movimento, e continuò ad andare avanti e indietro per Long Island.

Gli occhi del tenente non erano a fuoco su nulla. Il tenente non cercava niente e nessuno, ma stava ripassando il discorso che non avrebbe mai fatto al capitano. "Capitano, sono passate tre settimane. La stazione di polizia sta andando a rotoli. È ossessionato dalla banca rubata, non fa altro che passare le giornate in giro per le strade. È sparita, capitano, la banca è sparita e non la troveremo più. Ma, capitano, anche se lei è ossessionato e non riesce a liberarsi della sua Ossessione, io non lo sono. Mi ha tolto dal servizio notturno, e a me piace il servizio notturno. Mi piaceva starmene seduto dietro la scrivania durante la notte. Ma ha messo al mio posto quell'idiota di Schlumgard, e Schlumgard non sa fare niente, e il morale degli uomini è sotto zero. Anche se dovessi riavere il mio incarico, ormai Schlumgard avrà rovinato tutto.

"Il punto è, capitano, che sono passate tre settimane. La polizia di New York ha smesso di collaborare dopo quattro giorni, il che significa che la banca può essere stata portata da tempo fuori dalla nostra giurisdizione, il che significa, ancora, che può essere chissà dove. Conosco la sua teoria, capitano, che la banca è stata nascosta da qualche parte, che i rapinatori hanno vuotato la cassaforte durante i primi giorni, se ne sono andati e l'hanno piantata là. Ma anche se ha ragione, a che serve? Se l'hanno nascosta così bene che non siamo riusciti a trovarla subito, quando eravamo aiutati da un sacco di gruppi diversi, come facciamo a trovarla adesso, da soli, dopo tre settimane?

"Queste sono le ragioni, capitano, per le quali ho sentito di dover prendere una decisione. Se vuole continuare a cercare la banca, faccia pure. Ma, o mi rimanda ai miei incarichi normali, o dovrò parlarne col Commissario Capo. Capitano, le ho dato retta in ogni..."

«Ha detto qualcosa?»

Sorpreso, il tenente girò di scatto la testa per guardare il capitano. «Come? Come?»

Il capitano lo fissò, accigliato, poi si voltò di nuovo a guardare la strada. «Pensavo che avesse detto qualcosa.»

«No, signore.»

«Bene. Tenga gli occhi aperti.»

«Sì, signore.»

Il tenente guardò fuori dal finestrino, senza speranza. Stavano salendo su una collina, e poco più avanti c'era l'insegna della Tavola Calda McKay. Il tenente ricordò che gli era stato offerto qualcosa gratis, e sorrise. Stava per rivolgersi verso il capitano e per suggerirgli di fermarsi a fare uno spuntino, quando si accorse che il locale era scomparso. «Che mi venga un accidente!»

«Come?»

«La Tavola Calda, signore» disse il tenente, mentre passavano. «È già fallita.»

«Ma davvero?» Il capitano non sembrava interessato.

«Più in fretta di quanto non pensassi» continuò il tenente, guardando lo spiazzo sul quale era stata la roulotte.

«Stiamo cercando una banca, tenente, non una Tavola Calda.»

«Sì, signore.» Il tenente guardò di fronte a sé e cominciò a scrutare l'orizzonte. «Sapevo che non ce l'avrebbero fatta.»

 

FINE